Rouhani e il nuovo Iran. Parliamo di diritti
Il
dialogo e l’apertura non possono essere incondizionati, e
soprattutto non possono cancellare le verità più scomode: la
negazione sistematica dei più elementari diritti umani e civili e
l’atteggiamento verso Israele
La
visita ufficiale in Italia del presidente iraniano Hassan Rouhani,
che comincia domani e inaugura un breve tour europeo, è una buona
notizia sotto molti aspetti: indicando nel nostro Paese la «porta
d’ingresso» verso l’Occidente, all’indomani dell’accordo sul
nucleare e della riapertura delle relazioni commerciali, Rouhani
sembra sottolineare un ruolo particolare dell’Italia, Paese con cui
i rapporti sono sempre stati «amichevoli», e anche in campo
economico «non vi sono mai stati ostacoli, tanto più oggi con la
caduta delle sanzioni». L’Iran ha bisogno di investimenti
stranieri per 30-50 miliardi di dollari l’anno, per ammodernare la
struttura produttiva e sostenere una crescita dell’8%:
dall’industria alle infrastrutture, dall’energia alla scienza
alla tecnologia si profilano dunque grandi opportunità per le nostre
imprese.
Al
di là degli interessi economici – che certo hanno grande
importanza in sé – la visita di Rouhani, e più in generale la
lenta e (speriamo) progressiva apertura dell’Iran all’Occidente,
è una buona notizia anche per motivi geopolitici, culturali e
strategici. Comunque si giudichi l’accordo sul nucleare, fortemente
voluto da Obama, il dialogo è meglio della guerra. E gli affari, da
questo punto di vista, sono sempre di grande aiuto. Prima del colpo
di Stato khomeinista, del resto, l’Iran era un Paese colto e
benestante, perfettamente integrato nello stile di vita occidentale.
Ma
il dialogo e l’apertura non possono essere incondizionati, e
soprattutto non possono cancellare le verità più scomode: al
contrario, perché i rapporti con l’Iran si normalizzino, e perché
l’Occidente possa essere realmente di aiuto all’evoluzione
democratica e liberale della società iraniana, è necessario
ricordare sempre, con cortesia pari alla fermezza, due realtà
intollerabili dell’odierna Repubblica Islamica dell’Iran: la
negazione sistematica dei più elementari diritti umani e civili, e
l’atteggiamento verso Israele, di cui si invoca, semplicemente, la
cancellazione definitiva dalla carta geografica.
L’ayatollah
Khamenei ha riassunto in nove punti la questione dell’«eliminazione
di Israele», colpevole a suo dire di «infanticidio, omicidio,
violenza», proponendo un referendum, da cui sarebbero tuttavia
esclusi tutti gli ebrei giunti dopo la fondazione dello Stato di
Israele, per decidere il destino della «Palestina». In attesa del
referendum, «gli unici mezzi di confronto possibili […] sono
quelli della resistenza armata». E, all’indomani dell’accordo
sul nucleare, la Guida suprema ha assicurato che «fra 25 anni, con
la volontà di Dio, non esisterà nulla di simile al regime
sionista».
Ancora
più sconcertante la posizione del regime sulla Shoah, che oscilla
fra negazionismo e irrisione. In un tweet del marzo 2014, Khamenei ha
scritto che «l’Olocausto è un evento la cui realtà non è chiara
e, se fosse accaduto, non è chiaro come». E quando Rouhani, in
un’intervista alla Cnn di due anni fa, sembrò aver detto che
«l’Olocausto è un crimine contro gli ebrei degno di biasimo»,
l’agenzia di stampa ufficiale di Teheran pubblicò immediatamente
una traduzione “ufficiale”, secondo la quale il presidente si
sarebbe limitato a condannare «ogni crimine contro l’umanità».
Il
negazionismo resta la linea ufficiosa, se non ufficiale: tanto che
anche quest’anno, a giugno, si terrà una nuova edizione del
concorso internazionale di vignette antisemite e negazioniste, con un
premio finale di 50.000 dollari a chi saprà meglio spiegare con un
disegno che lo sterminio degli ebrei non è mai avvenuto. Per
un’atroce ironia della sorte, il concorso, già condannato
dall’Unesco, è difeso dai promotori in nome della libertà di
espressione: che però in Iran non esiste.
«Le
autorità – si legge nell’ultimo rapporto di Amnesty
International – hanno limitato la libertà di espressione,
associazione e riunione, arrestando e condannando in processi privi
di regole attivisti in difesa delle minoranze etniche e dei diritti
delle donne, giornalisti, difensori dei diritti umani e altri
dissidenti. Torture e maltrattamenti sono tuttora prevalenti e non
ricevono alcuna sanzione. Le donne e le minoranze etcniche e
religiose sono sistematicamente discriminate per legge e nella
prassi. Le fustigazioni e le amputazioni sono a volte eseguite in
pubblico. Le esecuzioni capitali continuano in grande numero [nel
2015 con una media di tre al giorno]; fra i giustiziati anche molti
minorenni».
Merita
dunque di essere raccolto l’appello DiteloaRouhani lanciato al
presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio, e
sottoscritto fra gli altri da Nessuno tocchi Caino e da Equality,
dall’Arci e dal Partito radicale, perché la «preziosa occasione»
della visita di Rouhani a Roma sia sfruttata anche per «porre la
questione del rispetto dei diritti umani universalmente
riconosciuti». È questo il modo migliore per aiutare, oltreché gli
affari, anche le donne e gli uomini iraniani.

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