Le
piazze rivali che frenano Renzi
e
il Partito della nazione
di Angelo
Panebianco per IL Corriere Della Sera.it
E
se le unioni civili fossero il sassolino che frena l’ingranaggio,
la banana
su
cui scivola il Partito della Nazione? Checché ne dicessero i fan di
Renzi per incensarlo e i nemici per denunciarne il disegno
autoritario, il Partito della Nazione è sempre stato solo una
metafora, utile per evocare il tentativo del premier di collocarsi
stabilmente al centro del sistema politico, indebolendo le ali (di
destra e di sinistra), attirando consensi, e facendoli convergere
sulla sua persona, da una direzione e dall’altra. Si trattava e si
tratta di mostrare al Paese l’indispensabilità politica di Renzi:
o lui o il diluvio. Un disegno lucido che però ha bisogno, per
arrivare a coronamento, di un trionfo del premier nelle prossime
elezioni politiche.
Fino
ad oggi, il disegno è stato perseguito da Renzi giocando su quattro
tavoli.
C’è
il tavolo dell’economia, del mercato del lavoro, della riforma
della pubblica amministrazione, della riduzione mirata delle tasse
(finanziate con più debito o con ridistribuzioni del carico
fiscale), della contrattazione con l’Europa. Qui il governo gioca
la partita del rilancio economico del Paese. Con possibili benefici
per tutti, ovviamente. Ma con in più il vantaggio che se gli sforzi
del governo funzioneranno
al
meglio, il premier dovrebbe poter contare sui consensi di una vasta
area di elettori che, un tempo, mai avrebbero votato a sinistra.
Il
secondo tavolo serve per tenere buono il tradizionale elettorato del
Partito democratico (o la sua parte più ideologizzata), per
impedirgli di abbandonare Renzi a vantaggio di proposte più
radicali. Renzi ha innaffiato, per lo più accortamente, il suo orto
tradizionale, lo ha coccolato e blandito su una vasta gamma di temi
che vanno dai cosiddetti «diritti civili» (espressione passepartout
ormai inflazionata) all’immigrazione, alla politica della sicurezza
(è stata anche inventata la guerra politicamente corretta, che è
tale non solo se è autorizzata dall’Onu ma anche se è chiamata
con qualunque nome tranne il suo).
Il
terzo tavolo è quello della distribuzione di benefici nella parte
inferiore della piramide sociale, là dove si concentrano i redditi
più bassi: gli ottanta euro, le assunzioni di precari nella scuola,
il contributo — povertà, forse anche il bonus cultura. Con gli
ottanta euro (elezioni europee del 2014) l’operazione si rivelò,
politicamente parlando, un successo. Vedremo quale sarà l’effetto
degli altri provvedimenti. Il quarto tavolo è quello che investe
l’indebolimento dei poteri di veto (tradizionalmente fortissimi in
Italia): le riforme della Costituzione e del sistema elettorale ma
anche un’energica politica di concentrazione a Palazzo Chigi dei
poteri di nomina nei gangli vitali della comunicazione (riforma Rai)
e dell’economia pubblica. È quest’opera di indebolimento dei
poteri di veto che suscita l’accusa a Renzi di autoritarismo da
parte degli avversari.
Il
disegno è ben costruito, all’altezza di un Paese complesso come il
nostro. Però ha antagonizzato due antichi alleati del Partito
democratico: la Cgil e la magistratura. Ma se la Cgil è troppo
debole per rappresentare un vero problema, la magistratura è altra
cosa: il potere politico della corporazione è fin qui dipeso dalla
debolezza dei governi. Se si afferma un governo più forte, quel
potere politico si ridimensiona.
Nonostante
la presenza di tanti nemici, alcuni assai temibili, Renzi, fino ad
oggi, non ha fatto troppi passi falsi. Forse l’errore più grande è
stato la rottura del patto del Nazareno, con Berlusconi. Dopo di che,
egli non ha più potuto giocare su due maggioranze
contemporaneamente. E ci sono state ricadute negative su un settore
dell’opinione pubblica. Nel complesso, comunque, i risultati, per
il premier, sono stati, fino ad oggi, abbastanza buoni. A parte il
pericolo (condiviso però con i governi di tutte le democrazie) che
la ripresa economica venga bloccata da eventi internazionali
imprevisti, e quello rappresentato da un eccesso di conflittualità
con l’Unione Europea (ma bisognerà aspettare gli esiti del
confronto per formulare un giudizio), i principali fattori di rischio
del Paese, e quindi anche del governo, hanno a che fare con il
Mediterraneo e il Medio Oriente: il controllo sui flussi migratori da
un lato, la difesa dal terrorismo dall’altro.
Ma
forse ora, all’ultimo minuto, si è aggiunto, per Renzi, un altro
rischio. Ha a che fare con la polarizzazione sulla questione delle
adozioni nelle unioni civili. Forse perché ha inizialmente
sottovaluto il pericolo, Renzi non è riuscito a impedire la
mobilitazione delle piazze contrapposte. E quando le piazze si
mobilitano, la radicalizzazione è inevitabile, lo spazio per
mediazioni razionali si riduce drasticamente. A causa della
polarizzazione politica in atto, Renzi corre il rischio di lasciare
dietro di sé una scia di rancori duraturi. Se cercherà mediazioni
in grado di accontentare i cattolici e garantire la costituzionalità
della legge (a fronte del presidente della Repubblica e della Corte),
Renzi antagonizzerà in modo permanente quella parte della sinistra
che è pronta ad accusarlo di tradimento. Se non farà mediazioni,
perderà invece la possibilità di catturare il consenso di elettori
tradizionalmente non di sinistra. È persino possibile che la vicenda
finisca per alienargli simpatie e sostegni da una parte e dall’altra.
Il
conflitto sulle unioni civili può davvero rappresentare il sasso che
va a frenare l’ingranaggio. Quanto meno, può indebolire seriamente
il governo. Il giorno in cui emergessero plausibili alternative a
Renzi, la cosa risulterebbe meno preoccupante di come appare oggi.

Nessun commento:
Posta un commento