Il Guru e il suo Cremlino
L’evoluzione
“protofascista” del Movimento 5 Stelle: la paura è che gli
amministratori alzino la voce
Nella
sua recente Storia
della Rivoluzione francese,
Jonathan Israel soffermandosi sul “populismo” di Robespierre
adopera il termine di «protofascismo». Per lo storico inglese
l’idolatria del popolo considerato un tutt’uno indistinto – a
differenza del pensiero democratico fondato sul riconoscimento delle
diversità e dunque sulla libertà – conduce inevitabilmente
all’autoritarismo: il monolitismo non tollera eccezioni, il
pluralismo è bandito, la libertà soffocata. In nome del popolo,
beninteso, la cui volontà è intepretata dal Capo.
Ora,
va da sé che Gianroberto Casaleggio non è Maximilien Robespierre,
per fortuna sua e anche di Robespierre che nel bene e nel male è
stato un grande personaggio. Ma non è anche Casaleggio un
autoritario nel nome del popolo o meglio del sacro blog che
modernamente ne esprime le volontà? Quello che venendo fuori e
che abbiamo letto sulla Stampa di
ieri non dimostra forsel’intima
essenza autoritaria del vero e unico leader del Movimento Cinque
Stelle (giacché
l’altro è praticamente tornato a fare solo il comico)? Non è,
questo giro di vite, il segno ulteriore di una mancata
istituzionalizzazione del Movimento?
Ma
rileggiamo il punto cruciale del documento: «Il candidato accetta la
quantificazione del danno d’immagine che subirà il M5S nel caso di
violazioni dallo stesso poste in essere alle regole contenute nel
presente codice e si impegna pertanto al versamento dell’importo di
150mila euro, non appena gli sia notificata formale contestazione a
cura dello staff coordinato da Beppe Grillo e Gianroberto». Dietro
il gergo da verbale dei vigili urbani, si vuole dire che chi produce
«un danno d’immagine» deve pagare 150mila euro. Ma chi decide
quando c’è un danno d’immagine? «Beppe Grillo e Gianroberto».
Cioè solo
Casaleggio.
Dove lo decide? Nella sede della Casaleggio Associati.
In
questo Cremlino staliniano più simile alla Spectre che al
berlusconiano partitoazienda, il Guru vigila, valuta, punisce. Da
solo. Gli altri al massimo sono esecutori materiali, informatori,
poliziotti. La Roberta
Lombardi,
per esempio, che già si fece notare per una certa asprezza vorace
quando era capogruppo – in coppia con il più stralunato Vito Crimi
– sta ricoprendo in questa fase il ruolo di ras a Roma: a lei il
compito di seguire la pratica delle amministrative, e non a caso è
lei che ha redatto materialmente il Documento della Spectre
casaleggiana. E anche l’enfant prodige Luigi
Di Maio non
risponde a nessuno altro che al Guru, che lo ha insignito del ruolo
di Candidato a palazzo Chigi, giacché il mitico Direttorio è
virtualmente defunto. Gli altri non esistono, non hanno autonomia. E
quando esistono vengono ridimensionati o più spesso cacciati.
Finché
la questione resta a livello dei gruppi parlamentari, il controllo
non è difficile. Se qualcuno si agita, quella è la porta.
Dall’inizio della legislatura, quando ancora regnava l’innocenza,
se ne sono andati in tanti e tanti sono stati gentilmente fatti
accomodare. Più complicata però la missione della Spectre sul
territorio. L’assillo che “piccoli Pizzarotti crescano” è
costante, nella testa di Casaleggio. Un
partito dei sindaci interno al Movimento sarebbe una sciagura:
il pericolo non è esattamente dietro l’angolo date le performance
non brillantissime dei sindaci a cinque stelle, da Nogarin alla
mitica Capuozzo, però siccome prevenire è meglio che curare, ben
vengano Documento e Multe per impedire che un domani il sindaco
grillino di Roma (in teoria) o di Napoli (in teoria) o Milano (in
super-teoria) possano alzare la voce e dire la loro. Il Guru, fra le
guglie del suo Cremlino personale, non lo tollererebbe. Eccolo, un
partito veramente di destra.
Di
Mario Lavia per L' Unità.TV

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