7 gen 2016

La Procura: «I libici arrestati avevano un basista a Genova»

La Procura: «I libici arrestati avevano un basista a Genova»

Genova - Per capire quanto sia delicata la vicenda basta rifarsi alle parole del magistrato che sta cercando di rischiararla. Perché è proprio lui, nel chiedere al tribunale di tenere in carcere i tre libici arrestati nella notte fra domenica e lunedì scorsa in porto con immagini dell’Isis nei telefonini, a ribadire che con ogni probabilità avevano un basista nel capoluogo ligure, fuggito nel momento in cui è scattato il blitz della polizia.
«Vicini a fondamentalisti»
Il sostituto procuratore Piercarlo Di Gennaro la mette giù chiara: in primis rimarca come la vicenda dei libici presenti «aspetti di potenziale contiguità con gruppi terroristici internazionale». E non esclude che i nordafricani intercettati in banchina siano «finanziatori e fiancheggiatori di cellule fondamentaliste». Ma soprattutto: il lavoro condotto nelle ultime ore permette di concludere «con ragionevole certezza», per usare le parole di un inquirente da giorni impegnato sul caso, che avessero qualcuno ad attenderli in città per dar loro sostegno immediato: fornendo i documenti d’immatricolazione delle vetture, denaro (nessuno dei tre ne aveva) e appoggio logistico per qualche giorno.
«Restino in carcere»
Sono tutti tasselli che il pm sottolinea nella richiesta di misura cautelare inoltrata al giudice dell’indagine preliminare Cinzia Perroni con cui chiede di tenerli in carcere. Il gip li interrogherà questa mattina nel penitenziario di Marassi alla presenza dei difensori Rinaldo Romanelli e Agostino Zurzolo. Ma di ora in ora si fa sempre più chiaro che agli investigatori interessa soprattutto approfondire la «contiguità» dei tre libici con ambienti 
filojihadisti, partendo da due aspetti che vengono messi sempre più in connessione. Primo: nei telefonini sequestrati ad Abdel Kader Alkourbo, Mohamed Sibratah Mosa e Mohamed Abdel Amar sono presenti simboli dell’Isis, foto di bambini soldato, immagini di armi e documenti giudiziari su personaggi sottoposti ad indagini poiché trafficavano automobili per finanziare organizzazioni estremiste. Secondo: il primo input l’iniziale input ai controlli è arrivato a valle d’una serie di accertamenti della Digos, che aveva come obiettivo primario quello d’intercettare Abdel Kader Alkourbo. Su di lui stavano indagando non per vicende legate al possibile contrabbando di macchine, ma perché lo ritengono «molto vicino» a un islamico radicale residente a Genova.

Di Tommaso Fregatti e Matteo Indice per IL Secolo XIX.it



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