La mutazione genetica dei grillini, che votano per l’imputato Matteoli
L’ex
ministro di Forza Italia, rinviato a giudizio per corruzione, è
stato rieletto presidente della commissione Lavori pubblici al Senato
con i voti del M5S: “Abbiamo fatto un dispetto al Pd”
E
all’improvviso la realpolitik e il pragmatismo spazzarono via
l’ipocrisia della purezza senza compromessi e le grida “onestà,
onestà” a favore di telecamera. Trentanni da deputato, nemico
pubblico numero 1 delle associazioni ambientaliste ai tempi del
dicastero dell’Ambiente (il Wwf lo insignì del “Premio Attila”),
grande sostenitori degli inceneritori e della Tav Torino-Lione quando
era ministro dei Trasporti e infine, ma soprattutto, sotto processo
per corruzione in atti d’ufficio nell’ambito delle inchieste sul
Mose. Con un curriculum così, uno come Altero Matteoli dovrebbe
essere come il fumo negli occhi del Movimento 5 Stelle, che infatti
appena un anno fa votò convintamente a favore dell’autorizzazione
a procedere in giunta. Peccato però che mercoledì i senatori
grillini abbiano deciso di schierarsi con Forza Italia votando
proprio Matteoli per la presidenza della commissione Lavori pubblici
di Palazzo Madama. Voti decisivi (Matteoli ha vionto 12 a 9 contro il
candidato della maggioranza Favezzi) che ne hanno sancito così la
rielezione.
Qualche
imbarazzo fra i banchi di chi imbastisce campagne social per chiedere
le dimissioni di chiunque appena sfiorato da una indagine? Niente
affatto, anzi. «È stato un bravo presidente ed è stato garante
della maggioranza e dell’opposizione. Ha fatto bene il suo lavoro –
spiegava dopo il voto il senatore grillino Andrea Cioffi – Non c’è
nessun motivo politico».
Parole
che, ventiquattro ore dopo, lo stesso Cioffi smentiva all’Huffington
Post. «Matteoli non è mica uno stinco di Santo, sta dentro le
istituzioni da trent’anni, con le nostre regole sarebbe a casa da
venti. Ha capi di imputazioni come quello del caso Mose. Però non ha
mai fatto pressioni, ha fatto il suo lavoro ed è equilibrato. A
volte le figure vanno al di là degli schieramenti – la spiegazione
– L’obiettivo era fare uno sgambetto al Pd e ce l’abbiamo
fatta. La loro era una spartizione di poltrone con gentucola che gli
gira intorno. Invece, con Matteoli presidente, abbiamo affrontato la
riscrittura del codice degli appalti in un clima collaborativo.
Abbiamo chiesto audizioni e non c’è mai stato un blocco. Così
come, seppur su posizioni discordanti, abbiamo lavorato sul caso
della vendita delle azioni di Ferrovie dello Stato».
Peccato
per quel dettaglio del processo a Venezia per cui il gup del
capoluogo veneto lo ha rinviato a giudizio il 21 dicembre scorso
assieme all’ex sindaco della città della Laguna Giorgio Orsoni.
Secondo i magistrati, infatti, Matteoli avrebbe ricevuto due tangenti
(per un totale superiore ai 500mila euro), dal presidente del
Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati e dall’ingegnere
Piergiorgio Baita per favorire l’assegnazione di appalti per la
costruzione del Mose a ditte amiche. Un guaio che evidentemente, sul
piatto della bilancia della tanto vituperata politica di palazzo a
cui il Movimento 5 Stelle ha definitivamente scelto di prendere
parte, ha meno valore della possibilità di fare uno sgambetto alla
maggioranza e al Partito democratico.
Il
problema, però, è che fuori da Palazzo Madama gli attivisti duri e
puri potrebbero non capire e cominciare a fare fatica a distinguere i
giochetti “buoni” dei 5 stelle da quelli “schifosi” della
vecchia politica. E allora tocca fare retromarica e negare
imbarazzati quello che soltanto poco prima lo stesso Movimento aveva
rivendicato con orgoglio. «E chi ha detto che l’ho votato?»,
rispondeva infatti piccato appena un paio d’ore dopo la
confessione-rivendicazione di Cioffi il collega pentastellato Andrea
Scibona, che con Cioffi e Lello Ciampolillo compone il gruppo dei 5
stelle. Tre voti, esattamente come lo scarto con cui il senatore
forzista si è visto rieletto. «Se Matteoli è passato non è certo
grazie ai nostri voti – ha assicurato – il problema casomai è
del Pd che non riesce a gestirsi i suoi. Noi sulla presidenza non
avevamo nessuna indicazione: siamo in tre e il nostro voto – ha
concluso – non è stato determinante». Non è stato determinante,
un po’ come i voti dei clan a Quarto secondo la prima versione di
Grillo nei giorni in cui difendeva ancora il sindaco Rosa Capuozzo
che poi ha cacciato dal Movimento e spinto alle dimissioni. Una
vicenda imbarazzante di cui non si è ancora spenta l’eco quando
sul Movimento e sulle sue azioni rischia di abbattersi una nuova
ondata di critiche da parte della base che già rumoreggia sui
social.
«Illazioni
infondate», taglia corto il diretto interessato Matteoli. «La mia
rielezione è il frutto di un’autonoma scelta dei senatori»,
conclude. Ora Grillo e i suoi dovranno spiegare agli attivisti del
Movimento per quale motivo un inquisito per corruzione si può anche
votare per fare un dispetto al Pd. Sarà dura.

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