Il dark side dell’intelligenza emotiva
Da sempre viene considerata un valore aggiunto soprattutto in ambito lavorativo. Ma adesso alcune ricerche evidenziano possibili effetti «indesiderati»
«Ottime
capacità relazionali»: non vi è annuncio di lavoro che non
presenti questa indicazione, e non vi è candidato che, a volte
sornione, non l’abbia inserita nel proprio curriculum con la
speranza di conquistare l’attenzione delle aziende. In gergo
tecnico si chiama «intelligenza emotiva» (IE): la capacità di
comprendere, gestire ed esprimere in modo efficace i propri
sentimenti e interpretare quelli delle persone che ci circondano; e
da almeno vent’anni viene considerata la chiave del successo, sul
posto di lavoro (a volte più del quoziente intellettivo o del
percorso formativo) e nella vita in generale. Nonostante la
dimensione interpersonale risulti fondamentale, però, pare che nel
mondo dell’intelligenza emotiva non tutto ciò che luccica sia in
realtà oro, e che dunque a volte su questo fronte occorra non
esagerare.
Se
infatti negli anni scorsi sono proliferati studi volti a sottolineare
i vantaggi del possedere una forte intelligenza emotiva (in termini
di migliore prestazione sul posto di lavoro, maggior soddisfazione
personale e persino minori problemi di salute), diverse sono le
ricerche che negli ultimi tempi, come ricordato dalla rivista
statunitense Atlantic, hanno voluto indagare il «lato oscuro»
dell’IE, concentrandosi sui possibili effetti «indesiderati» di
una tale capacità empatica.
Nel
2014, per esempio, un gruppo di psicologi australiani ha evidenziato
una correlazione tra il possedere una spiccata intelligenza emotiva e
il mostrare un atteggiamento narcisistico, ponendo l’attenzione sul
rischio che questi narcisi dal «cuore empatico» possano «utilizzare
il proprio fascino e le proprie abilità seduttive per scopi non
benevoli, come ingannare le persone che li circondano». Non
sorprende, così, che un altro studio, pubblicato nello stesso anno,
abbia dimostrato che le persone più inclini a manipolare gli altri
siano anche quelle che posseggono un’ottima capacità di «leggere»
le emozioni di quest’ultimi. Conoscere nel profondo gli altri, in
altre parole, per poi raggirarli.
Un
dato confermato anche da un’altra ricerca del 2011, secondo la
quale le persone manipolatrici - definite anche, in termini ben più
coloriti, «machiavelliane» -, se accompagnate da una forte
intelligenza emotiva, sono più propense a mettere in imbarazzo
qualcun altro in pubblico con il solo intento di mettere in risalto
se stessi. Gli effetti nefasti di un’eccessiva intelligenza emotiva
non risparmiano nemmeno il posto di lavoro, cioè l’ambiente in cui
- come dicevamo - l’importanza delle capacità relazionali è stata
messa più in risalto negli ultimi anni. Uno studio del 2010,
infatti, ha messo in guardia rispetto al pericolo che questa abilità
di comprendere le emozioni dei colleghi in ufficio possa essere
utilizzata per scopi personali, come «mettere in cattiva luce i
propri sottoposti o i rivali», se non addirittura per «distorcere
ed amplificare le voci di corridoio, i rumors, il gossip, e ogni
altro genere di informazione carica di valenza emotiva».
Di
ERMES
ANTONUCCi per La Stampa.IT

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