Donald Trump is the new Sarah Palin?
L’ex
numero due di John McCain sosterrà il miliardario repubblicano in
corsa per la Casa Bianca
A
due settimane dalle primarie in Iowa i sondaggi si fanno sempre più
incerti e l’esito del primo confronto sempre più indecifrabile.
Sebbene a livello nazionale non sembra esserci partita, sia in campo
repubblicano che democratico, nel primo campo di battaglia le
previsioni si fanno invece più difficili.
Chissà
se in questo quadro Trump riuscirà a beneficiare dell’endorsement
di Sarah Palin, l’ex governatrice dell’Alaska divenuta famosa per
il ticket con John McCain nel 2008. Sicuramente i due sono molto
simili. Entrambi hanno inanellato una sequela di gaffe imbarazzanti.
Quelle della Palin avevano messo più volte in difficoltà McCain,
tanto da divenire un ostacolo più che un’opportunità.
Specialmente quando bisognava fare i conti con le vistose lacune in
politica estera. Per lei vedere la Russia dal giardino di casa era un
fatto sufficiente a conferirgli una qualche credibilità in politica
internazionale. Fu invece una gaffe clamorosa e un regalo prezioso
per decine di comici ghiotti di strafalcioni.
Tuttavia,
c’è chi pensa che dopotutto il sostegno della Palin non può
nuocere a Trump e anzi, potrebbe persino aiutarlo a consolidare il
suo personaggio. Entrambi sono repubblicani, ma le loro posizioni li
hanno sempre posti al di fuori dall’ortodossia del GOP. Harry
Enten, su fivethirtyeight.com, prova ad elencare i punti in comune
fra i due. E sono diversi. Compreso quello che li etichetta entrambe
come ‘mavericks’. Enten ricorda infatti come la scelta di Cain
nel 2008 ricadde proprio sulla Palin per la sua biografia da
outsider. All’epoca i repubblicani dovevano far fronte ad un
partito democratico in ascesa che proponeva in corsa un duello vero e
non di facciata tra un afroamericano – Obama – e una donna –
Clinton. Qualsiasi fosse stato l’esito delle primarie, i
democratici avrebbero portato alla Casa Bianca una novità simbolo di
apertura e di rottura rispetto al passato. La prima donna presidente
o il primo afroamericano a occupare lo studio ovale. I repubblicani
invece venivano fuori dagli anni terribili di Bush e da una serie di
candidati troppo deboli. Compreso McCain, che sebbene si sia
contraddistinto per un fair play a volte impeccabile, ha dovuto fare
i conti con chi addirittura lo accusava di essere troppo vecchio e
poco in salute. Per fugare ogni speculazione, dovette addirittura
pubblicare i risultati di alcune analisi cliniche.
Insomma
la Palin aveva tutto quello che serviva per dimostrare che il partito
repubblicano sapeva cambiare. Che aveva giovani leve che potevano
occupare posizioni di rilievo. Peccato però che, al contrario della
Clinton, la Palin non aveva la stessa preparazione e la stessa
esperienza. Questo la penalizzò a tal punto che ad ogni incontro con
i giornalisti c’è chi tra i suoi colleghi di partito incrociava le
dita, sperando di non dover sentire una nuova gaffe.
Tutto
questo non fa paura però a Donald Trump. Le sue gaffe sono un
marchio di fabbrica di cui va fiero. Più volte ha affermato che non
ha tempo “per essere politicamente corretto“. Le critiche non lo
toccano. Anzi, gli fanno conquistare popolarità in quell’america
che vede di buon occhio le sue posizioni su immigrazione e
terrorismo. Non a caso, la Palin ha presentato il suo candidato
favorito dicendo che sarà il presidente che «lascerà che i nostri
combattenti facciano il loro lavoro e diano un calcio nel sedere»
allo Stato Islamico. Chissà se basterà questo a far breccia
nell’elettorato dell’america profonda.

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