M5s, restituzione dei rimborsi: quello che non torna
Odiano gli istituti di credito, ma col Fondo di garanzia per le Pmi fanno un regalo anche a Mps e Banca Etruria. E si incartano nella guerra degli scontrini.
Chi
di scontrini ferisce, di scontrini perisce. O quantomeno, esce
accartocciato. E anche le attestazioni di coerenza e di superiorità
morale alla fine possono rivelarsi un boomerang.
L'ultimo
caso M5s riguarda proprio la restituzione dei famigerati rimborsi,
pubblicati sul sito 5 stelle Tirendiconto.it, e finiti sul Corriere.
Incrociando i dati emerge che alcuni 'cittadini' nei primi cinque
mesi del 2015 hanno versato 0 euro della diaria. Non per cattiva
volontà, ma perché spesa interamente.
RESTITUIRE
SÌ, MA A CHI? Ma dove vanno a finire le eccedenze, gli euro non
spesi?
In
parte, come è noto, al Fondo governativo per la Garanzia delle pmi e
per il microcredito. E questo potrebbe scoperchiare ben altre
incoerenze in casa 5 stelle.
Se
infatti con una mano Beppe Grillo sculaccia le banche, dall'altra
così facendo strizza loro un occhio (anche se indirettamente) visto
che a gestirlo sono proprio le banche - comprese Mps e Banca Etruria
- i confidi e le società di leasing.
L'ex
M5s Mucci: «Chiedevano gli scontrini a Marino. E i loro?»
Il
caso rimborsi ha investito alcuni parlamentari che hanno 'bruciato'
interamente la diaria, senza restituire alcunché.
Qualche
nome? Federica Dieni, che raggiunta da Lettera43.it, rimanda al sito
senza commentare. O Maria Edera Spadoni che però al momento si trova
in Finlandia per lavoro e, spiega, «non è sul pezzo». Anche se fa
notare come le assenze dall'Aula per motivi disciplinari - per aver
gridato «onestà, onestà», per esempio - pesino sulla diaria. E
non poco. Ma anche Daniele Del Grosso e Claudia Mannino.
SPESE
AUTOCERTIFICATE. Vero, tutte le spese sostenute - dai taxi
all'ingresso in zona Ztl (vedasi Roberta Lombardi) - sono scritte
nero su bianco. Ma, a essere precisi, come fa notare l'ex
pentastellata Mara Mucci, «di scontrini non ce ne sono». Come, si
chiede la deputata, «per Marino li hanno chiesti, mentre loro non li
fanno vedere e non li pubblicano?». Il punto è «che si va sulla
fiducia».
Il
dubbio è che la restituzione dei rimborsi sia in realtà
«un'operazione di marketing».
Alla
fine, dice sempre Mucci, nei partiti più «strutturati», gli eletti
restituiscono pure di più. E a loro volta danno lavoro mantenendo un
indotto di uffici stampa, consulenti e così via.
Poi
come i partiti - già graziati dalla moratoria dei fondi pubblici del
ddl Boccadutri - spendano questi denari è un'altra faccenda.
UNA
GUERRA INUTILE.
Il fatto è che «tutta la guerra sugli scontrini»,
spiega a Lettera43.it Maria Mussini ex 5 stelle e ora vicepresidente
del Gruppo Misto, «è solo una distrazione. Così si perdono di
vista i veri obiettivi». E cioè, per esempio, creare una autentica
politica partecipativa.
«Se
un parlamentare restituisce 17 mila euro e non fa nulla», è il
ragionamento, «quei soldi sono buttati lo stesso».
LA
POLITICA COSTA. L'impressione è che ci si incarti sulle formalità,
senza portare a casa alcun risultato.
Detto
fuori dai denti, la politica costa. «Sarebbe bello che tutti i
cittadini partecipassaro attivamente alla Cosa pubblica. Ma è un
ideale altissimo e lontano da raggiungere. I cosiddetti stakeholder
vanno fidelizzati, come la società civile. È un percorso lungo, un
cambiamento culturale». Il famoso titolo gratuito «non funziona»,
perché «chi ti aiuta si aspetta o di essere pagato o di vedere i
risultati concreti del suo sforzo»
Per
questo non è una bestemmia pagare esperti e consulenti. Persone
qualificate, escludendo va da sé clientelismi o familismi (altro
tema tabù in casa M5s).
A
riguardo Mussini aveva proposto - «discretamente», come dice lei -
assunzioni attraverso bandi e gare. E una legge per regolamentare le
lobby. Ma non è stata ascoltata.
Soldi
al Fondo di Garanzia? Per Orellana «un regalo alle banche»
A
favore grillino però giocano comunque la battaglia per la
trasparenza e la scelta, seppur simbolica, di devolvere parte dello
stipendio dei parlamentari al Fondo di garanzia per le Pmi.
Fino
a oggi, come scritto sul sito Tirendiconto.it, il M5s ha restituito
«14.549.513,43 di cui 1.646.025,50 al fondo di ammortamento dei
titoli di Stato e 12.903.487,93 al fondo per il microcredito». Oltre
ad aver «rinunciato a 42 milioni di euro di rimborsi elettorali».
I
CHIARIMENTI DI CRIMI. Il fondo in questione, come scriveva
l'ortodosso Vito Crimi su Facebook, è stato «scelto dal gruppo
parlamentare liberamente e senza alcuna influenza esterna»; è
«istituito preso il ministero dello Sviluppo economico dal 1996, è
gestito dallo stesso ministero con una apposita commissione di cui
non facciamo parte e sulla cui composizione non abbiamo alcuna
influenza». Uno strumento che «serve a garantire presso banche e
confidi le richieste di prestito o fidi, per quelle aziende che non
potrebbero accedere al credito non avendo alcuna garanzia da mettere
davanti: lo Stato si fa garante».
E
anche qui qualcosa non torna.
CHI
VALUTA LE RICHIESTE? Già perché il suddetto fondo usa sì il
'tesoretto' per garantire i prestiti alle piccole, medie e micro
imprese. Ma la gestione delle pratiche è in mano completamente a
banche, confidi e società di leasing. Sono loro che valutano le
aziende, accettando o meno le domande, come confermato dal Mise
stesso.
Ma
le banche non erano il male assoluto?
GLI
ATTACCHI A GOVERNO E ISTITUTI. Il 27 giugno, per fare un esempio, il
M5s alla Camera si scagliava contro il decreto legge sulla
deducibilità delle sofferenze bancarie. «Il governo destina nuove
risorse finanziarie ai bilanci bancari mentre nulla fa per i redditi
da lavoro e da impresa». L'ennesimo regalo, si disse, agli istituti
di credito.
Ma
i 5,5 milioni che sono finiti nel fondo in pompa magna col
restitution day del 2014 nelle casse del fondo cosa sono?
«UNA
PROMESSA NON MANTENUTA». «Un regalo alle banche», dice senza giri
di parole l'ex senatore M5s Luis Alberto Orellana. «Non è stata
nemmeno mantenuta la promessa originaria di restituire i soldi allo
Stato, che già era una goccia nel mare del debito pubblico. Si è
pure deciso di versarli di fatto in un fondo gestito da banche. È
solo una mossa demagogica, un modo per conquistare consensi passando
per giusti».
Spulciando
nel sito del Mise, fa un certo effetto scorrere la lista dei
«soggetti richiedenti che operano con il Fondo» tra cui, oltre a
Sanpaolo e Unicredit per dirne due, spiccano Monte Paschi e pure
Banca Etruria.
TRA
«PESTE ROSSA» E «MANGIATOIA». E dire che Mps era stata definita
da Beppe Grillo nientepopodimenoche «la mafia del capitalismo».
«Qui siamo nel cuore della peste rossa e del voto di scambio»,
disse il leader pentastellato entrando all'assemblea dei soci in
corso a Siena il 29 aprile 2014, «Mps è in tutti gli appalti».
Peccato che sia anche tra gli operatori del Fondo a cui il M5s ha
devoluto parte degli stipendi dei parlamentari.
Lo
stesso vale per Banca Etruria, «la mangiatoia di Arezzo» gridava il
leader su Twitter, dopo la bufera scatenata dal decreto per la
riforma delle popolari visto che il vicepresidente dell'istituto è
Pier Luigi Boschi, padre del ministro delle Riforme.
Ma
fuor di comizio e da blog, non ci sono obiezioni.
A
onor del vero, va precisato che il Fondo dal primo gennaio al 30
settembre 2015 ha accolto 72.454 richieste, garantendo 49.440
imprese. I finanziamenti sono stati dell'ordine di 10,7 miliardi, e
l'importo garantito è di 7,2. Solo lo 0,9% delle richieste è stato
rigettato per «cash flow (flusso di cassa) insufficiente al
pagamento della rata; per bassa redittività e per calo del
fatturato». Che sarebbero anche i motivi che spingono un
imprenditore a chiedere aiuto.
Ma
non sono problemi del M5s visto che, come ricordava Crimi, il Fondo
«è gestito dal ministero con una apposita commissione di cui non
facciamo parte e sulla cui composizione non abbiamo alcuna
influenza».
da lettera43.it

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