Libia,
palazzo Chigi valuta raid anti Isis con gli alleati
di
Alberto Gentili per IL Messaggero.it
ROMA
- Clima pesante ieri mattina a palazzo Chigi. Matteo Renzi ha
convocato l'ennesimo vertice sulla Libia, ma questa volta è stato
davvero scarso lo spazio riservato all'ottimismo. Il ministro degli
Esteri Paolo Gentiloni, i responsabili della Difesa Roberta Pinotti e
degli Interni Angelino Alfano, il direttore dei Servizi Giampiero
Massolo hanno disegnato al premier un quadro allarmante. La parola
più ripetuta: «Caos». Il sospetto ricorrente: essere di nuovo
scavalcati da francesi e americani, come nel 2011. L'opzione presa in
esame per la prima volta: un intervento militare per combattere le
milizie dell'Isis e fermarne l'espansione del Califfato a pochi
chilometri dalle nostre coste. Anche senza, ed è questa la novità,
la richiesta del ”governo di accordo nazionale” che appare sempre
più una scommessa destinata a fallire. Tant'è che i media arabi
parlano di «imminente grande attacco occidentale» contro le milizie
jihadiste in Libia.
«LIBIA
NEL CAOS»
Nel
summit sono state analizzate le notizie rimbalzate nelle ultime ore
da Tripoli. Soprattutto l'attacco subìto lunedì dal premier
designato. Il convoglio di Fayez al-Sarraj, mentre si recava a Zliten
per portare le condoglianze del suo governo per gli 81 poliziotti
massacrati giovedì scorso da un camion bomba dell'Isis, è stato
preso d'assalto da manifestanti armati. L'«intenso fuoco» ha
costretto il convoglio di al-Sarraj a ripiegare sul municipio di
Zliten. Non solo. Appena si è sparsa la notizia che il premier
designato avrebbe potuto rifugiarsi a Tripoli, «brigate armate» si
sono appostate alla porta est di Tajoura per impedirne l'accesso. E
Tajoura, secondo gli accordi raggiunti a dicembre in Marocco,
dovrebbe essere la sede del ”governo di accordo nazionale”. «Un
episodio», ha sintetizzato Gentiloni, «che conferma l'assoluta
fragilità del quadro di sicurezza in Libia». E dimostra quanto sia
difficile la nascita del governo al-Sarraj. Quello che, secondo l'Onu
e la comunità internazionale, dovrebbe stabilizzare la Libia e
fermare l'avanzata dell'Isis.
Di
più. Al balbettio politico - di ieri la notizia del sostegno di
al-Sarray al generale Khalifa Haftar (capo dell'esercito di Tobruk),
inviso alle fazioni di Tripoli e Misurata che avevano avallato
l'intesa per il ”governo di accordo nazionale” - si accompagna
l'avanzata delle milizie dell'Isis di stanza a Sirte verso Est e il
bombardamento della centrale elettrica di Bengasi. «Segnali», è
stato osservato a palazzo Chigi, «che dimostrano quanto sia
preoccupante la situazione e necessario un salto di qualità» della
reazione occidentale.
Si
fa strada l'ipotesi, insomma, di un intervento armato per fermare
l'avanzata del Califatto. E si fa strada a prescindere dall'atteso
appello del ”governo di accordo nazionale” libico, che forse non
vedrà mai la luce. «Nel caso in cui l'Isis continuasse la sua
espansione in Libia», dice uno dei partecipanti al vertice, «la
comunità internazionale non potrebbe non prendere in considerazione
il lancio di una legittima campagna anti-terroristica, anche senza la
richiesta dei libici. E questo perché sarebbe in gioco la sicurezza
nazionale».
Al
momento si tratta soltanto di un'ipotesi, per di più giudicata
«estrema»: «La strada maestra resta la missione Onu di
stabilizzazione, a guida italiana, su richiesta del futuro governo
libico». Ma c'è chi ricorda che l'Onu, dopo le stragi di Parigi, ha
autorizzato «qualsiasi tipo di attacco» contro l'Isis. E c'è chi
teorizza che l'eventuale iniziativa militare, «preferibilmente con
una nuova benedizione delle Nazioni Unite», potrebbe essere assunta,
in contatto con Mosca, dal nuovo format ”Quint” varato a margine
del G20 di Ankara in novembre, composto da Stati Uniti, Francia,
Germania, Gran Bretagna e Italia.
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