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5 mar 2016

Libia, gli scenari di guerra italiana non corrispondono alla realtà di Matteo Renzi

Libia, gli scenari di guerra italiana non corrispondono alla realtà di Matteo Renzi


Questo non è il tempo delle forzature ma della prudenza, dell’equilibrio e del buon senso


I media si affannano a immaginare scenari di guerra italiana in Libia che non corrispondono alla realtà. La situazione in Libia infatti è sempre molto delicata. Il lavoro delle Nazioni Unite per raggiungere un accordo solido e stabile sul Governo è ancora in pieno svolgimento. Abbiamo bisogno di una soluzione equilibrata e duratura. Solo a quel punto potremo valutare – sulla base della richiesta di un governo legittimato – un impegno italiano, che comunque avrebbe necessità di tutti i passaggi parlamentari e istituzionali necessari. Dunque questo non è il tempo delle forzature, ma della prudenza, dell’equilibrio e del buon senso. A maggior ragione dopo ciò che è accaduto a Sabrata dove due nostri connazionali, in ostaggio di milizie irregolari ormai da mesi, hanno perso la vita in circostanze tragiche, ancora da chiarire completamente. I loro due colleghi sopravvissuti stanno rientrando in Italia in queste ore. Ma anche questa tragica vicenda – per la quale ci stringiamo insieme a tutti gli italiani alle famiglie delle vittime – dimostra una volta di più che la guerra è una parola drammaticamente seria per essere evocata con la facilità con cui viene utilizzata in queste ore da alcune forze politiche e da alcuni commentatori. Prudenza, equilibrio, buon senso: queste le nostre parole d’ordine, ben diverse da chi immagina di intervenire in modo superficiale e poco assennato. Quando ci sono vicende del genere mi piace pensare che l’Italia risponda tutta insieme, senza volgari strumentalizzazioni di parte, ma con la consapevolezza di essere prima di tutto una comunità. Le singole divisioni partitiche vengono dopo.
L' Unità.TV

13 gen 2016

Libia, palazzo Chigi valuta raid anti Isis con gli alleati

Libia, palazzo Chigi valuta raid anti Isis con gli alleati

di Alberto Gentili per IL Messaggero.it
ROMA - Clima pesante ieri mattina a palazzo Chigi. Matteo Renzi ha convocato l'ennesimo vertice sulla Libia, ma questa volta è stato davvero scarso lo spazio riservato all'ottimismo. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, i responsabili della Difesa Roberta Pinotti e degli Interni Angelino Alfano, il direttore dei Servizi Giampiero Massolo hanno disegnato al premier un quadro allarmante. La parola più ripetuta: «Caos». Il sospetto ricorrente: essere di nuovo scavalcati da francesi e americani, come nel 2011. L'opzione presa in esame per la prima volta: un intervento militare per combattere le milizie dell'Isis e fermarne l'espansione del Califfato a pochi chilometri dalle nostre coste. Anche senza, ed è questa la novità, la richiesta del ”governo di accordo nazionale” che appare sempre più una scommessa destinata a fallire. Tant'è che i media arabi parlano di «imminente grande attacco occidentale» contro le milizie jihadiste in Libia.

«LIBIA NEL CAOS»
Nel summit sono state analizzate le notizie rimbalzate nelle ultime ore da Tripoli. Soprattutto l'attacco subìto lunedì dal premier designato. Il convoglio di Fayez al-Sarraj, mentre si recava a Zliten per portare le condoglianze del suo governo per gli 81 poliziotti massacrati giovedì scorso da un camion bomba dell'Isis, è stato preso d'assalto da manifestanti armati. L'«intenso fuoco» ha costretto il convoglio di al-Sarraj a ripiegare sul municipio di Zliten. Non solo. Appena si è sparsa la notizia che il premier designato avrebbe potuto rifugiarsi a Tripoli, «brigate armate» si sono appostate alla porta est di Tajoura per impedirne l'accesso. E Tajoura, secondo gli accordi raggiunti a dicembre in Marocco, dovrebbe essere la sede del ”governo di accordo nazionale”. «Un episodio», ha sintetizzato Gentiloni, «che conferma l'assoluta fragilità del quadro di sicurezza in Libia». E dimostra quanto sia difficile la nascita del governo al-Sarraj. Quello che, secondo l'Onu e la comunità internazionale, dovrebbe stabilizzare la Libia e fermare l'avanzata dell'Isis.

Di più. Al balbettio politico - di ieri la notizia del sostegno di al-Sarray al generale Khalifa Haftar (capo dell'esercito di Tobruk), inviso alle fazioni di Tripoli e Misurata che avevano avallato l'intesa per il ”governo di accordo nazionale” - si accompagna l'avanzata delle milizie dell'Isis di stanza a Sirte verso Est e il bombardamento della centrale elettrica di Bengasi. «Segnali», è stato osservato a palazzo Chigi, «che dimostrano quanto sia preoccupante la situazione e necessario un salto di qualità» della reazione occidentale.

Si fa strada l'ipotesi, insomma, di un intervento armato per fermare l'avanzata del Califatto. E si fa strada a prescindere dall'atteso appello del ”governo di accordo nazionale” libico, che forse non vedrà mai la luce. «Nel caso in cui l'Isis continuasse la sua espansione in Libia», dice uno dei partecipanti al vertice, «la comunità internazionale non potrebbe non prendere in considerazione il lancio di una legittima campagna anti-terroristica, anche senza la richiesta dei libici. E questo perché sarebbe in gioco la sicurezza nazionale».

Al momento si tratta soltanto di un'ipotesi, per di più giudicata «estrema»: «La strada maestra resta la missione Onu di stabilizzazione, a guida italiana, su richiesta del futuro governo libico». Ma c'è chi ricorda che l'Onu, dopo le stragi di Parigi, ha autorizzato «qualsiasi tipo di attacco» contro l'Isis. E c'è chi teorizza che l'eventuale iniziativa militare, «preferibilmente con una nuova benedizione delle Nazioni Unite», potrebbe essere assunta, in contatto con Mosca, dal nuovo format ”Quint” varato a margine del G20 di Ankara in novembre, composto da Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia.


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26 set 2015

Libia, media locali: "Ucciso il boss degli scafisti"

Libia, media locali: "Ucciso il boss degli scafisti"


Secondo la stampa libica, il convoglio di Salah Al-Maskhout sarebbe stato bloccato nei pressi del Medical Centre di Tripoli da 4 uomini armati, probabilmente professionisti

Salah Al-Maskhout, considerato il principale boss del traffico di esseri umani a Zuwara, in Libia, sarebbe stato ucciso ieri a Tripoli insieme a 8 suoi miliziani. La notizia è stata riportata da alcuni media libici, tra cui il sito di Libya Herald. Salah Al-Maskhout, ex ufficiale dell'esercito libico nell'era Gheddafi, sarebbe stato ucciso da uomini armati, probabilmente "professionisti".
Secondo i media libici, Maskhout era andato a visitare alcuni parenti nei pressi del Medical Centre di Tripoli, accompagnato dalla sua scorta. Il convoglio sarebbe stato fermato da uomini armati, "almeno 4". Poi la sparatoria, con i 4 "armati solo di pistole" che avrebbero colpito Maskhout e ucciso altre 8 guardie del corpo. Libya Heraldsottolinea che gli uomini di Maskhout erano "armati di AK47" e che dunque il team che li ha uccisi era composto "probabilmente da professionisti".
Zuwara è la cittadina portuale teatro della strage di centinaia di migranti, lo 
scorso mese,
 naufragati su un barcone a poca distanza dalla costa. Le tragiche immagini dei cadaveri dei bimbi sul bagnasciuga hanno fatto il giro del mondo. Le milizie locali hanno dichiarato una vera e propria "guerra" ai trafficanti, con il sostegno della gran parte della popolazione.


Da Repubblica.it