Treni dalla Cina e capitali dall’Ovest: così risorge Teheran
La
fine delle sanzioni ha aperto il Paese agli investimenti. E arriva il
primo convoglio della nuova Via della Seta
CLAUDIO
GALLO
INVIATO
A TEHERAN per La Stampa.it
Il
presidente Rohani è tornato dall’Europa con 55 miliardi di euro in
contratti preliminari. Da qualche giorno le banche iraniane sono
rientrate nel club Swift da dove mancavano dal 2012: potranno di
nuovo inviare e ricevere pagamenti attraverso il sistema bancario
globale. Il ministero dell’Energia ha fatto sapere che non aderirà
all’accordo russo-saudita per congelare la produzione del greggio;
vendere, vendere, è il mantra.
A
chiudere il circolo da Oriente, la scorsa settimana è arrivato a
Teheran, pavesato a festa, un treno partito 14 giorni prima dalla
provincia di Zhejiang con 32 container; il primo convoglio della
nuova Via della Seta che unisce Cina e Iran, con un risparmio di
quasi un mese rispetto alle rotte tradizionali.
LA
«SVOLTA»
Tutto
fa pensare che nella capitale iraniana, immersa nella coltre
irrespirabile del traffico esagerato, al di sotto degli Alborz
spolverati di bianco (anche qui gli inverni non sono più gli
stessi…) si dovrebbe sentire il rombo dei motori della ripresa
economica. Ma la dispettosa complessità del mondo interconnesso non
vuole saperne di semplificazioni: la risposta sintetica è un
deludente «sì e no». Nessuno infatti prevede che l’impatto della
«svolta» economica sulle elezioni parlamentari di venerdì sarà
decisivo.
I
filosofi oggi per farsi capire pubblicano libri di barzellette,
perché allora non rispolverare una vecchia storiella zen? L’Iran è
come un uomo (non sappiamo se buono o cattivo) caduto in una trappola
per tigri. Fortunatamente riesce ad aggrapparsi a un cespuglio che
penzola sulla fossa. Che fortuna. Guardando meglio, però, la sua
situazione non è così felice. Sotto di lui una tigre caduta nella
trappola si agita, ringhiando in attesa della preda.
Diciamo
che la belva ringhia proprio come un certo possibile candidato
repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti. Di più; due
topolini, uno bianco e uno nero, stanno rosicchiando il ramo a cui è
appeso. Tradizionalmente rappresentano lo scorrere del tempo, ma
potrebbero anche essere gli irriducibili avversari regionali di
Teheran: l’Arabia Saudita e Israele. Bene, al culmine dell’angoscia
il nostro eroe vede vicino al ramo che lo sorregge una fragolina
selvatica. La spicca e... com’è dolce!
Siamo
a questo punto, con il Jcpoa (Joint Comprehensive Plan of Action, nel
linguaggio esoterico della diplomazia, l’accordo sul nucleare
raggiunto lo scorso anno a Vienna, in vigore da novembre) l’Iran
sta gustando la sua fragola.
NUOVE
DIFFICOLTÀ
Il
futuro prepara forse nuove difficoltà, anche se lo scenario è meno
angusto di una trappola per tigri. Le sanzioni, si può dire, sono
sparite a livello politico ma praticamente non è cambiato molto.
Anche dopo lo sbandierato ritorno nello Swift, spedire denaro,
poniamo, da una banca italiana a una iraniana è ancora impossibile.
Scordatevi di venire in Iran per turismo con la carta di credito: in
mani americane, il circuito internazionale è ancora ermeticamente
chiuso. L’unica possibilità è andare in giro imbottiti di
banconote, come spacciatori. I famosi «contratti» che il presidente
Rohani ha portato dall’Europa sono stati malignamente definiti da
un analista americano «lettere di entusiasmo». Come dire, meno che
lettere di intenti.
Una
serie di sanzioni americane precedenti alla crisi nucleare sono
ancora in vigore e bloccano di fatto ogni cosa, anche contratti
teoricamente permessi dal nuovo accordo. Un esempio? Adesso
un’azienda aeronautica europea può vendere i suoi aerei all’Iran,
ma, se nel prodotto c’è più del 10 per cento di componenti made
in Usa, bisogna chiedere il permesso a Washington. L’erotismo del
business tuttavia ha talvolta la meglio anche sull’intransigenza
americana, come nel caso della Boeing. Di fronte all’assalto del
mercato iraniano da parte dell’Airbus, l’azienda di Seattle ha
avuto una deroga dal governo Usa per trattare con Teheran. «In
Dollar we Trust». L’Iran punta sulle differenze (non molto grandi,
in realtà) tra Europa e America, entrambi firmatari dell’accordo
nucleare. Safar-Ali Karamati, vice direttore dell’industria
nazionale del petrolio, ha appena proclamato che la priorità
iraniana «è vendere il greggio in euro».
Si
potrebbe metterla anche così: pessimismo della politica, ottimismo
del mercato. Settantotto milioni di persone fanno gola a molti in
tempo di recessione globale: un Paese dalle dimensioni della Turchia
pronto a entrare nel club dei consumi. Una terra con la terza riserva
mondiale di petrolio, la seconda di gas, prima per lo zinco, seconda
per il rame.
Seduto
all’ampia scrivania di mogano, con alle spalle i tetti della
capitale che riempiono l’orizzonte, il direttore del dipartimento
di analisi della Borsa di Teheran Hamid Moghadan spiega: «Prima
della caduta delle sanzioni il nostro volume d’affari giornaliero
era di 40 milioni di dollari, adesso è salito a 140. Il Tedpix,
l’indice principale, è cresciuto in questo periodo del 20 per
cento». Pochi giorni fa Oslo ha concesso il via libera al fondo
governativo pensionistico (che vale 735 miliardi di euro) per
l’acquisto di buoni dello Stato iraniano.
Non
è solo l’intransigenza americana a frenare il boom annunciato: gli
ambienti iraniani più oltranzisti vedono il business con l’Occidente
come un possibile grimaldello per il famoso cambio di regime che le
sanzioni (certo, qualcuno dirà che non era il loro obiettivo) non
sono riuscite a ottenere. Attraverso interventi in tv e sui giornali
conservatori, hanno criticato gli accordi siglati dal presidente
Rohani in Europa. Il tenore degli attacchi è tutto nella dicitura
della foto di un A-380 pubblicata dall’agenzia Fars: «In un
momento in cui l’aviazione civile è usata solo dal 5 per cento
della popolazione e il Paese è in recessione, bisogna chiedersi
perché la prima importante mossa economica del governo sia di
comprare degli Airbus».
IL
PIANO DI KHAMENEI
Ufficialmente,
il futuro dell’Iran è contenuto nel piano strategico firmato
dall’ayatollah Khamenei e intitolato: «Vent’anni di visione
nazionale». L’obiettivo è far diventare il Paese la prima potenza
del Medio Oriente entro il 2025. La Repubblica islamica vuole
modernizzarsi restando fedele alla propria visione tradizionale. Sarà
possibile? È comunque importante che il documento riconosca che
quell’obbiettivo potrà essere raggiunto solo con un’interazione
positiva con il resto del mondo.
Da La Stampa.it
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