La Procura: «I libici arrestati avevano un basista a Genova»
Genova
- Per capire quanto sia delicata la vicenda basta rifarsi alle parole
del magistrato che sta cercando di rischiararla. Perché è proprio
lui, nel chiedere al tribunale di tenere in carcere i tre libici
arrestati nella notte fra domenica e lunedì scorsa in porto con
immagini dell’Isis nei telefonini, a ribadire che con ogni
probabilità avevano un basista nel
capoluogo ligure, fuggito nel momento in cui è scattato il blitz
della polizia.
«Vicini
a fondamentalisti»
Il sostituto procuratore Piercarlo Di Gennaro la mette giù chiara: in primis rimarca come la vicenda dei libici presenti «aspetti di potenziale contiguità con gruppi terroristici internazionale». E non esclude che i nordafricani intercettati in banchina siano «finanziatori e fiancheggiatori di cellule fondamentaliste». Ma soprattutto: il lavoro condotto nelle ultime ore permette di concludere «con ragionevole certezza», per usare le parole di un inquirente da giorni impegnato sul caso, che avessero qualcuno ad attenderli in città per dar loro sostegno immediato: fornendo i documenti d’immatricolazione delle vetture, denaro (nessuno dei tre ne aveva) e appoggio logistico per qualche giorno.
Il sostituto procuratore Piercarlo Di Gennaro la mette giù chiara: in primis rimarca come la vicenda dei libici presenti «aspetti di potenziale contiguità con gruppi terroristici internazionale». E non esclude che i nordafricani intercettati in banchina siano «finanziatori e fiancheggiatori di cellule fondamentaliste». Ma soprattutto: il lavoro condotto nelle ultime ore permette di concludere «con ragionevole certezza», per usare le parole di un inquirente da giorni impegnato sul caso, che avessero qualcuno ad attenderli in città per dar loro sostegno immediato: fornendo i documenti d’immatricolazione delle vetture, denaro (nessuno dei tre ne aveva) e appoggio logistico per qualche giorno.
«Restino
in carcere»
Sono tutti tasselli che il pm sottolinea nella richiesta di misura cautelare inoltrata al giudice dell’indagine preliminare Cinzia Perroni con cui chiede di tenerli in carcere. Il gip li interrogherà questa mattina nel penitenziario di Marassi alla presenza dei difensori Rinaldo Romanelli e Agostino Zurzolo. Ma di ora in ora si fa sempre più chiaro che agli investigatori interessa soprattutto approfondire la «contiguità» dei tre libici con ambienti filojihadisti, partendo da due aspetti che vengono messi sempre più in connessione. Primo: nei telefonini sequestrati ad Abdel Kader Alkourbo, Mohamed Sibratah Mosa e Mohamed Abdel Amar sono presenti simboli dell’Isis, foto di bambini soldato, immagini di armi e documenti giudiziari su personaggi sottoposti ad indagini poiché trafficavano automobili per finanziare organizzazioni estremiste. Secondo: il primo input l’iniziale input ai controlli è arrivato a valle d’una serie di accertamenti della Digos, che aveva come obiettivo primario quello d’intercettare Abdel Kader Alkourbo. Su di lui stavano indagando non per vicende legate al possibile contrabbando di macchine, ma perché lo ritengono «molto vicino» a un islamico radicale residente a Genova.
Sono tutti tasselli che il pm sottolinea nella richiesta di misura cautelare inoltrata al giudice dell’indagine preliminare Cinzia Perroni con cui chiede di tenerli in carcere. Il gip li interrogherà questa mattina nel penitenziario di Marassi alla presenza dei difensori Rinaldo Romanelli e Agostino Zurzolo. Ma di ora in ora si fa sempre più chiaro che agli investigatori interessa soprattutto approfondire la «contiguità» dei tre libici con ambienti filojihadisti, partendo da due aspetti che vengono messi sempre più in connessione. Primo: nei telefonini sequestrati ad Abdel Kader Alkourbo, Mohamed Sibratah Mosa e Mohamed Abdel Amar sono presenti simboli dell’Isis, foto di bambini soldato, immagini di armi e documenti giudiziari su personaggi sottoposti ad indagini poiché trafficavano automobili per finanziare organizzazioni estremiste. Secondo: il primo input l’iniziale input ai controlli è arrivato a valle d’una serie di accertamenti della Digos, che aveva come obiettivo primario quello d’intercettare Abdel Kader Alkourbo. Su di lui stavano indagando non per vicende legate al possibile contrabbando di macchine, ma perché lo ritengono «molto vicino» a un islamico radicale residente a Genova.
Di
Tommaso
Fregatti e Matteo Indice
per IL Secolo XIX.it

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