La barbarie dell’Arabia Saudita e il silenzio dell’Italia
Di
ROBERTO
TOSCANO
Siamo contro
la pena di morte, ovunque. Per l’Europa l’abolizione della pena
di morte non è soltanto un requisito per l’adesione all’Unione,
ma addirittura un tratto identitario, una componente essenziale dei
propri principi. E l’Italia, con una coerenza che ci fa onore,
esercita da anni, soprattutto in ambito Nazioni Unite, una forte
leadership nella battaglia per la moratoria delle esecuzioni in
un’ottica esplicitamente abolizionista.
Si
tratta di una lotta di civiltà paragonabile a quella condotta
in passato contro la schiavitù, e proprio per questo siamo fiduciosi
che la tendenza verso l’abolizione sia inarrestabile. In attesa del
giorno in cui la pena di morte possa passare alla storia risulta
tuttavia moralmente ineludibile non solo opporsi alla pena capitale
per ragioni di principio, ma denunciare anche, con coerenza e
coraggio politico, le offese ai diritti umani che derivano sia dalle
modalità delle esecuzioni sia dai reati per cui la pena di morte
viene decretata. Il caso più clamoroso è quello dell’Arabia
Saudita, dove le esecuzioni vengono eseguite nella capitale mediante
decapitazione sulla pubblica piazza (sinistramente nota come «chop
chop square») in un osceno spettacolo popolare senza umanità,
senza dignità, senza rispetto.
Quello che
è ancora più osceno è l’elenco dei crimini punibili nel Regno
saudita con la pena di morte. Come altri Paesi, l’Arabia Saudita
prevede la condanna a morte dei colpevoli di omicidio o per traffico
di droga, ma in questo caso l’elenco completo dei reati
capitali è a dir poco raccapricciante: si va dall’adulterio
all’omosessualità; dall’apostasia alla blasfemia; dall’idolatria
alla stregoneria.
Negli
ultimi tempi, alcuni casi hanno colpito particolarmente l’opinione
pubblica mondiale: quello di un giovane saudita, Ali al-Nimer,
condannato ad essere decapitato e successivamente messo in croce, e
lì lasciato marcire, per avere partecipato nel 2012, quando aveva 17
anni, a manifestazioni di protesta per l’arresto del padre, un
clerico sciita anche lui condannato a morte; la condanna alla
lapidazione di una donna per adulterio, commesso con un uomo che
invece è stato condannato soltanto a cento frustate; la condanna a
morte per apostasia nei confronti di un poeta palestinese, Ashraf
Fayadh, per avere, nei suoi versi, «insultato Allah e il Profeta» e
avere «diffuso l’ateismo».
Ma
ad essere clamorosi non sono solamente questi veri e propri eccessi
di barbarie retrograda, ma anche i nostri silenzi. Nostri
dell’Europa, nostri dell’Italia, pur di solito così attiva
nell’opporsi per principio alla pena di morte.
Certo,
l’Arabia Saudita è un Paese importante, un partner economico di
grande rilievo, soprattutto in materia energetica. Ma il nostro
silenzio minaccia non solo di essere in contrasto con il nostro
impegno per l’abolizione della pena di morte, ma di farci perdere
credibilità. I grandi Paesi, come aspiriamo ad essere, non hanno
solo grandi interessi, ma anche grandi valori, e quanto meno fra
interessi e valori dovrebbe esserci una tensione. Rinunciare ai
secondi, ce lo dicono il realismo e la storia, non garantisce di
certo i primi.
E
poi, come è possibile opporsi alla decapitazioni di «infedeli» da
parte dello Stato Islamico e passare sotto silenzio le esecuzioni di
«apostati» da parte dell’Arabia Saudita? Entrambi citano fra
l’altro, come fonte, la stessa interpretazione radicale, wahabita,
della Sharia.
Infine
il nostro silenzio significa che diamo per scontato che il Paese
debba rimanere fermo negli aspetti più retrogradi di antiche
tradizioni. In questo modo non rendiamo di certo giustizia a una
popolazione, soprattutto giovane, in cui comincia ad affiorare
l’aspirazione a una modernità che non si limiti alla sfera dei
consumi e della tecnologia ma comprenda un’evoluzione della società
basata sul rispetto delle tradizioni ma non dalla loro feroce ed
autoritaria imposizione da parte di regimi prima o poi destinati -
dovremmo ormai saperlo - ad essere sovvertiti, proprio per il loro
rifiuto di cambiare, da violenti sommovimenti.
Da
LA STAMPA.it

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