In
cella per i morti all’Aquila?
C’è
solo il preside del Convitto
Non mandò via gli studenti dal Convitto ottocentesco: tre vittime. Viveva lì con la famiglia. Condannato a 4 anni in via definitiva per omicidio colposo per «aver omesso di valutare l’anorme pericolo incombente». Parte la mobilitazione di solidarietà
di Cristiano Gatti per
IL Corriere Della Sera.it
Stavolta
l’intero Friuli è agitato da toccanti scosse di compassione.
Appelli pubblici, messe dedicate, raccolte fondi. A suo modo è anche
questa l’onda lunga di un altro terremoto, quello dell’Aquila,
sei anni dopo. Dal polverone giudiziario delle 200
Il
preside Livio Bearzi, 58 anni
inchieste,
che sembravano intenzionate a riempire le galere di colpevoli, emerge
un unico nome, l’unico a ritrovarsi col pigiama a righe. Non è un
politico, non sta nella protezione civile, non è comunque un addetto
ai lavori: è un preside. Il detenuto che sta scatenando i sentimenti
migliori della sua terra si chiama Livio Bearzi, è friulano di
Cividale, 58 anni, sposato, tre figli a carico. Da un mese sta
rinchiuso in una cella, a Udine. Condannato a 4 anni con sentenza
definitiva della Cassazione. Il suo reato: omicidio colposo di tre
studenti e lesioni ad altri due, per «aver omesso di valutare
l’enorme pericolo incombente» sul convitto Domenico Cotugno,
l’istituto aquilano che dirigeva e che dopo 200 anni di trascurata
attività venne giù come castello di sabbia, assieme a tutto il
resto. In italiano corrente, il preside non comprese il pericolo del
terremoto e non si premurò di chiudere il convitto, facendo uscire i
ragazzi. Lui come tanti altri che non chiusero nulla, all’Aquila.
Ospedali, palazzi del governo, dimore private.
«Sicuramente
in buona fede»
Così
il procuratore dell’Aquila, Fausto Cardella, parlando in un
convegno a Zugliano, proprio nei pressi di Udine: «Non mi sembra né
elegante né corretto commentare una sentenza. Posso soltanto
esprimere la mia solidarietà per il dramma di una persona che, oltre
al fardello per gli eventi di quella maledetta notte, deve sopportare
il peso della detenzione. Un uomo di scuola che perde i propri
studenti è come il capitano che vede affondare i marinai. Comprendo
il dramma. Mi sembra di aver capito che a Bearzi sia attribuita una
colpa generica per aver vietato alle persone (comunque minorenni) di
uscire dal convitto. Una decisione presa sicuramente in buona fede,
anche perché si sa che in caso di terremoto può essere meglio non
uscire. La fatalità, purtroppo, ha fatto accadere ciò che nessuno
avrebbe mai pensato». E pazienza se la stessa Cassazione ha proprio
recentemente assolto i responsabili della Commissione grandi rischi,
i famosi Barberi, Boschi e compagnia, cui si riconosce una volta per
tutte l’impossibilità di prevedere i terremoti. Suona vagamente
paradossale, ma è una storia molto italiana, dopo tutto: gli esperti
non potevano prevedere il terremoto, un preside paga sostanzialmente
per non averlo previsto.
Dopo
200 anni, toccava a lui occuparsene
Quell’edificio
stava lì dall’Ottocento, lui arrivò un anno prima del sisma, ma a
quanto pare toccava proprio a lui capire la gravità della situazione
e chiudere il convitto. Per la giustizia non fa una grande differenza
che dopo i primi tempi di direzione lo stesso preside si fosse recato
in Provincia - proprietaria dell’edificio - per segnalare parecchie
rughe e chiedere interventi: gli fu risposto che non c’erano rischi
e comunque prima o poi avrebbero dato una bella rinfrescata. Se ne
tornasse tranquillo nel suo ufficio, intanto. Così rassicurato, dopo
qualche mese il preside fece addirittura scendere la famiglia
all’Aquila, moglie e tre ragazzi, facendoli alloggiare al suo
fianco proprio dentro al Convitto, dove per disgrazia furono sorpresi
dal terremoto, per miracolo senza gravi conseguenze.
In
carcere, l’unico detenuto d’Italia per il terremoto d’Abruzzo
dimostra una fiera dignità. La famiglia, i parlamentari, il suo
avvocato Stefano Buonocore, tutti quelli che l’hanno incontrato
raccontano la filosofia mansueta di un uomo a schiena dritta.
La
mobilitazione per aiutarlo
«Questo
processo - confida - è il secondo dei miei problemi. Il primo lo sto
superando con tanta sofferenza. Quei ragazzi erano i miei ragazzi. Un
peso troppo grande. Ma posso giurare: non li avrei certo esposti al
pericolo, loro e la mia stessa famiglia, se qualcuno mi avesse
chiarito la situazione. Io sono solo un preside». Un preside
ovviamente sospeso dai pubblici uffici, dunque disoccupato e con
gravose difficoltà pratiche. E siccome le disgrazie si insinuano
sempre da tutte le fessure, il professor Bearzi si porta in spalla
pure il peso schiacciante di una moglie malata, del male carogna che
fatichiamo a pronunciare. Dire che questa famiglia ha seri problemi è
un garbato eufemismo. I presidi di tutta Italia si stanno
autotassando per aiutare il collega ed è nato un comitato per
chiedere la grazia.
Da
parte sua, il prof aggiunge un ulteriore pezzo incredibile al
misterioso puzzle personale: «Nel ‘76 mi sono preso in testa il
nostro terremoto friulano. Neanche a dirlo, stavo ancora dentro a un
convitto scolastico. Allora, da studente. Anche quella volta ne venni
fuori per miracolo». Sorride. Riesce pure a metterci una dose
omeopatica di autoironia: «Mi dicono che con i terremoti il Signore
mi ha mandato dei segnali precisi, per indurmi a credere.
Sinceramente, me ne bastava uno...». Illeso nel ‘76, la sensazione
è che all’Aquila abbia salvato la pelle, ma perso tutto il resto.
Stavolta l’intero Friuli è agitato da toccanti scosse di
compassione. Appelli pubblici, messe dedicate, raccolte fondi. A suo
modo è anche questa l’onda lunga di un altro terremoto, quello
dell’Aquila, sei anni dopo. Dal polverone giudiziario delle 200
Il
preside Livio Bearzi, 58 anni
Il
preside Livio Bearzi, 58 anni
inchieste,
che sembravano intenzionate a riempire le galere di colpevoli, emerge
un unico nome, l’unico a ritrovarsi col pigiama a righe. Non è un
politico, non sta nella protezione civile, non è comunque un addetto
ai lavori: è un preside. Il detenuto che sta scatenando i sentimenti
migliori della sua terra si chiama Livio Bearzi, è friulano di
Cividale, 58 anni, sposato, tre figli a carico. Da un mese sta
rinchiuso in una cella, a Udine. Condannato a 4 anni con sentenza
definitiva della Cassazione. Il suo reato: omicidio colposo di tre
studenti e lesioni ad altri due, per «aver omesso di valutare
l’enorme pericolo incombente» sul convitto Domenico Cotugno,
l’istituto aquilano che dirigeva e che dopo 200 anni di trascurata
attività venne giù come castello di sabbia, assieme a tutto il
resto. In italiano corrente, il preside non comprese il pericolo del
terremoto e non si premurò di chiudere il convitto, facendo uscire i
ragazzi. Lui come tanti altri che non chiusero nulla, all’Aquila.
Ospedali, palazzi del governo, dimore private.
«Sicuramente
in buona fede»
Così
il procuratore dell’Aquila, Fausto Cardella, parlando in un
convegno a Zugliano, proprio nei pressi di Udine: «Non mi sembra né
elegante né corretto commentare una sentenza. Posso soltanto
esprimere la mia solidarietà per il dramma di una persona che, oltre
al fardello per gli eventi di quella maledetta notte, deve sopportare
il peso della detenzione. Un uomo di scuola che perde i propri
studenti è come il capitano che vede affondare i marinai. Comprendo
il dramma. Mi sembra di aver capito che a Bearzi sia attribuita una
colpa generica per aver vietato alle persone (comunque minorenni) di
uscire dal convitto. Una decisione presa sicuramente in buona fede,
anche perché si sa che in caso di terremoto può essere meglio non
uscire. La fatalità, purtroppo, ha fatto accadere ciò che nessuno
avrebbe mai pensato». E pazienza se la stessa Cassazione ha proprio
recentemente assolto i responsabili della Commissione grandi rischi,
i famosi Barberi, Boschi e compagnia, cui si riconosce una volta per
tutte l’impossibilità di prevedere i terremoti. Suona vagamente
paradossale, ma è una storia molto italiana, dopo tutto: gli esperti
non potevano prevedere il terremoto, un preside paga sostanzialmente
per non averlo previsto.
Dopo
200 anni, toccava a lui occuparsene
Quell’edificio
stava lì dall’Ottocento, lui arrivò un anno prima del sisma, ma a
quanto pare toccava proprio a lui capire la gravità della situazione
e chiudere il convitto. Per la giustizia non fa una grande differenza
che dopo i primi tempi di direzione lo stesso preside si fosse recato
in Provincia - proprietaria dell’edificio - per segnalare parecchie
rughe e chiedere interventi: gli fu risposto che non c’erano rischi
e comunque prima o poi avrebbero dato una bella rinfrescata. Se ne
tornasse tranquillo nel suo ufficio, intanto. Così rassicurato, dopo
qualche mese il preside fece addirittura scendere la famiglia
all’Aquila, moglie e tre ragazzi, facendoli alloggiare al suo
fianco proprio dentro al Convitto, dove per disgrazia furono sorpresi
dal terremoto, per miracolo senza gravi conseguenze.
In
carcere, l’unico detenuto d’Italia per il terremoto d’Abruzzo
dimostra una fiera dignità. La famiglia, i parlamentari, il suo
avvocato Stefano Buonocore, tutti quelli che l’hanno incontrato
raccontano la filosofia mansueta di un uomo a schiena dritta.
La
mobilitazione per aiutarlo
«Questo
processo - confida - è il secondo dei miei problemi. Il primo lo sto
superando con tanta sofferenza. Quei ragazzi erano i miei ragazzi. Un
peso troppo grande. Ma posso giurare: non li avrei certo esposti al
pericolo, loro e la mia stessa famiglia, se qualcuno mi avesse
chiarito la situazione. Io sono solo un preside». Un preside
ovviamente sospeso dai pubblici uffici, dunque disoccupato e con
gravose difficoltà pratiche. E siccome le disgrazie si insinuano
sempre da tutte le fessure, il professor Bearzi si porta in spalla
pure il peso schiacciante di una moglie malata, del male carogna che
fatichiamo a pronunciare. Dire che questa famiglia ha seri problemi è
un garbato eufemismo. I presidi di tutta Italia si stanno
autotassando per aiutare il collega ed è nato un comitato per
chiedere la grazia.
Da
parte sua, il prof aggiunge un ulteriore pezzo incredibile al
misterioso puzzle personale: «Nel ‘76 mi sono preso in testa il
nostro terremoto friulano. Neanche a dirlo, stavo ancora dentro a un
convitto scolastico. Allora, da studente. Anche quella volta ne venni
fuori per miracolo». Sorride. Riesce pure a metterci una dose
omeopatica di autoironia: «Mi dicono che con i terremoti il Signore
mi ha mandato dei segnali precisi, per indurmi a credere.
Sinceramente, me ne bastava uno...». Illeso nel ‘76, la sensazione
è che all’Aquila abbia salvato la pelle, ma perso tutto il resto.

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