Così Renzi prova a costruire un’Europa meno tedesca
Il
premier italiano vuole approfittare del progressivo isolamento di
Angela Merkel per recuperare la bandiera europeista. Obiettivo:
cambiare linea nel 2017 Europa
Matteo
Renzi ha capito che è il momento giusto per esportare la sua
scommessa di cambiamento dall’Italia all’Europa. Un progetto
ambizioso e per certi aspetti anche rischioso: se non dovesse
riuscire, infatti, ad andarci di mezzo potrebbe essere anche il suo
governo e i margini d’azione di cui comunque ancora gode a
Bruxelles.
Perché
ha deciso di alzare così in alto l’asticella? Prima di tutto,
perché quei margini
si stanno facendo sempre più ristretti.
Lo dimostra lo scontro di questi giorni al Consiglio europeo. Le
questioni aperte sono più d’una (l’immigrazione, sicuramente, ma
anche la questione energetica, le sanzioni alla Russia, il rischio di
Brexit, ecc.), ma il campanello d’allarme nella delegazione
italiana è scattato soprattutto a proposito del completamento
dell’Unione bancaria, con la creazione del sistema unico di
garanzia dei depositi. Su questo aspetto (la possibilità, cioè, di
mettere in comune le risorse di tutti i Paesi europei per intervenire
a salvaguardare i risparmiatori dal fallimento delle banche) a
mettersi di traverso è la Germania,
che intima prima agli stessi istituti di credito di ‘alleggerirsi’
di quelle quote di debito sovrano acquisito dai Paesi con debito
pubblico più alto, proprio come l’Italia.
Un
muro contro muro al quale si è arrivati progressivamente. Il 2015 si
era aperto infatti con il risultato – non ambiziosissimo, ma
giudicato comunque positivamente – del Piano
Juncker,
incassato al termine del semestre di presidenza italiana. Un dippiù
sugli investimenti per la crescita, al quale si è accompagnato anche
un margine maggiore sulla flessibilità, del quale il governo
italiano ha approfittato, ma non nella direzione che avrebbe
preferito Bruxelles (e anche Berlino).
Il
primo segnale di un clima diverso è arrivato proprio al rientro
dalla pausa estiva, con le critiche – dapprima informali, poi più
esplicite – rivolte alla decisione dell’esecutivo di eliminare
le tasse sulla prima casa,
piuttosto che abbassare il carico fiscale su lavoro e imprese, come
‘consigliato’ invece dalla Commissione europea. Da allora i
fronti si sono moltiplicati e non tutti aperti da Bruxelles, anzi.
Forte
del fatto di essere a capo del partito più votato d’Europa e delle
riforme compiute dal suo governo, che hanno ridato all’Italia una
credibilità internazionale ormai smarrita da tempo, Renzi – com’è
nel suo stile – non si è preoccupato di tenere la voce bassa, ma
ha iniziato ad attaccare
esplicitamente un’Europa troppo timida sui
temi della crescita, degli investimenti, della solidarietà (agli
immigrati e alle fasce più disagiate dei cittadini dei singoli
Stati), dell’identità culturale vista anche come risposta al
terrorismo. Accuse rivolte a Bruxelles, che avevano però spesso come
obiettivo reale Berlino.
Il
premier italiano è convinto che non è solo l’Europa ad
attraversare una fase di estrema debolezza, ma la stessa Angela
Merkel si trova sempre più isolata sul
piano internazionale e con difficoltà crescenti, anche se ancora non
in grado di impensierirla troppo, sul piano interno. Renzi vede
quindi uno spiraglio nel quale inserirsi per ‘cambiare verso’
all’Europa. Per intestarsi una nuova fase in cui l’Ue non sia
dominata dall’austerità mitteleuropea e recuperi un ruolo centrale
in un mondo sempre più multipolare. Sarebbe – aspetto da non
sottovalutare – anche una risposta forte al populismo che fa della
linea anti-Ue uno dei suoi punti forti di battaglia.
In
questo quadro vanno interpretate alcune delle scelte italiane emerse
anche negli ultimi giorni, dall’avvicendamento dell’ambasciatore
italiano presso le istituzioni europee, con il trasloco del più
dialogante Stefano Sannino e l’arrivo di un Cesare Ragaglini più
coerente con la linea dura renziana, allo stop al rinnovo automatico
delle sanzioni alla Russia, dalla denuncia della ‘doppia morale’
tedesca su energia e migranti, allo strappo non autorizzato
(perlomeno non ancora) dello 0,2% di deficit nella legge di stabilità
destinato alle misure anti-terrorismo.
In
questa battaglia, Renzi sta provando a tessere una rete
di alleanze con
le altre capitali europee. Il Pse appare ancora troppo diviso e con
una linea politica incerta per poter essere considerato un alleato
forte. Il premier italiano preferisce allora puntare su rapporti
bilaterali, da stringere anche su singoli temi. Con Parigi, ad
esempio, il feeling è forte riguardo all’Unione bancaria, ma le
posizioni sono più lontane se si guarda alla risposta da
contrapporre agli attacchi dell’Isis. Con Londra, invece, il nostro
governo ha condiviso recentemente – attraverso una lettera
sottoscritta dal ministro Gentiloni e dal suo omologo britannico
Hammond – la necessità di una profonda riforma della governance
europea, per scongiurare il rischio di una Brexit e non impedire una
cooperazione rafforzata di un nucleo di Stati membri più
convintamente europeisti.
Ma
Renzi può contare anche su altri due alleati. Il primo è Mario
Draghi,
che non ha mancato di far sentire la propria voce in questi giorni a
sostegno dell’Unione bancaria e di politiche per la crescita più
incisive. Il secondo è Barack
Obama,
che ha compreso e condiviso la prudenza del governo di Roma riguardo
a un intervento militare in Siria, così come l’attenzione rivolta
alla sponda sud del Mediterraneo, a partire dalla Libia.
Questi
delicati equilibri sembrano destinati probabilmente a mantenersi con
alti e bassi ancora fino al 2017,
quando bisognerà rinnovare il presidente del parlamento europeo
(oggi il socialdemocratico tedesco Martin Schulz) e quello del
Consiglio Ue (il polacco Donald Tusk, molto vicino a Merkel). Ma
soprattutto, in quell’anno si svolgeranno le elezioni tedesche e
quelle presidenziali francesi. In vista di quella data, che segna
anche il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma che
istituirono la Cee e la Comunità europea dell’energia atomica,
Renzi ha già affermato che “sarà fondamentale irrobustire la
presenza italiana nel dibattito” continentale. La partita è
aperta.
Da
L' Unità.TV di Rudy
Francesco Calvo

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