C’è l’intesa sul Clima, ma per gli scienziati non è abbastanza: “Il carbone va eliminato del tutto”
Solo
restare “ben al di sotto” dei due gradi di riscaldamento potrà
salvare il Pianeta da disastri ambientali incontrollabili
ROBERTO
GIOVANNINI per LA STAMPA.it
INVIATO
A PARIGI
«Sempre
ammesso che non ci siano sorprese all’ultimo minuto - commenta Hans
Joachim Schellnhuber, direttore dell’autorevolissimo Potsdam
Institute for Climate Impact Research - la volontà di stare “ben
al di sotto” dei 2 gradi è in linea con la scienza. Ho partecipato
a numerosi vertici internazionali sul clima, e un impegno di questa
portata non era immaginabile. Che lo si creda o no, è sicuramente
più avanzato e progressista delle versioni precedenti». Per il
climatologo tedesco bisognerebbe proprio riuscire a fissare (ma sarà
difficile) un aumento di soli 1,5 gradi, «che permetterebbe agli
Stati insulari di evitare impatti rilevanti. Ma bisognerebbe riuscire
ad arrivare entro il 2050 a una economia ad emissioni zero».
Schellnhuber
sottolinea che in ogni caso il testo emerso da Parigi «lancia
un chiaro segnale al mondo dell’impresa e dell’economia sul
fronte del disinvestimento» dai combustibili fossili. «Viene
riconosciuta la magnitudine dei rischi - puntualizza Lord Nicholas
Stern, l’economista autore dell’omonimo rapporto del governo
britannico - e viene riconosciuto che possiamo combinare la riduzione
della povertà, lo sviluppo economico e la responsabilità
climatica».
Non
quantificabile
«È
un peccato che non ci siano obiettivi quantificabili», analizza
Sergio Castellari, per anni punto di riferimento per l’Italia
nell’Ippc dell’Onu. Nella prima versione del testo c’erano,
nella seconda si parla di una più generica «neutralità carbonica»,
ovvero che la riduzione delle emissioni si può ottenere anche
attraverso una serie di azioni aggiuntive (riforestazione, cattura e
sequestro, e così via, forse compresa anche la temutissima
geoingegneria). «Come scienziato sarei stato molto felice se fosse
rimasto questo tentativo di avere degli obiettivi in cifre. Ma
capisco che l’approccio di questo testo, bottom-up, non li
contempli». Per Johan Rockström, direttore del Stockholm Resilience
Centre, sarebbe molto meglio reinserire il termine
«decarbonizzazione», ovvero chiarire che bisogna «smettere di
usare progressivamente le fonti fossili di energia». Rockstrom
accetta anche il meccanismo degli Indc, gli obiettivi volontari
nazionali di taglio delle emissioni. Ma chiede che siano rivisti ogni
anno, e non ogni cinque come attualmente previsto, perché «si deve
tenere il passo con la velocità e la rapidità con cui la tecnologia
cambia».
Anche
scetticismo
Posizione
più critica è quella di Kevin Anderson, vice-direttore del Tyndall
Centre di Manchester. «La retorica non servirà a tagliare le
emissioni di CO2 - accusa - questo testo è debole, non si fonda
su solide basi scientifiche, non considera le emissioni del comparto
aereo e navale. L’unica via è arrivare a zero emissioni: entro il
2050 se vogliamo puntare a +1,5 gradi, entro il 2070 se l’obiettivo
è quello dei 2 gradi». Castellari comunque osserva un punto
qualificante: «l’adattamento, che emerge come un elemento
centrale, che è importante poiché anche se riduciamo le emissioni
molti impatti sono inevitabili. Adattare significa aumentare la
resilienza, chi avrà una maggiore capacità di adattamento subirò
meno questi impatti».
(Ha
collaborato Emanuele Bompan)

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