20 giu 2016

La destra sconfitta, non governa nessuna delle prime dieci città del Paese

La destra sconfitta, non governa nessuna 
delle prime dieci città del Paese

Il rischio, soprattutto per la Lega di Salvini, è che il travaso di voti verso il Movimento 5 Stelle diventi stabile e non solo occasionale
A seggi chiusi e risultati ormai definiti le interpretazioni del voto già si sprecano. Da una parte l’exploit del Movimento 5 Stelle in due città fondamentali e così diverse tra loro come Roma e Torino, dall’altra il Pd che incassa le due pesanti sconfitte ma si consola con la decisiva vittoria di Milano e la sostanziale tenuta di Bologna, dopo aver già conquistato Cagliari al primo turno. Tra i capoluoghi di regione, il centrodestra la spunta solo a Trieste.


Numeri alla mano, il centrodestra, oggi, non amministra alcune delle dieci città più popolose del Paese: di Roma, Torino, Milano e Bologna abbiamo già detto. A Napoli, Palermo, Genova, Firenze, Bari e Catania di sindaci di Forza Italia, Fratelli d’Italia o Lega Nord non c’è neanche l’ombra. Un dato che alcune importanti vittorie e la “quasi” vittoria di Milano non bastano ad attutire.


Dietro questo scenario ci sono varie spiegazioni, molto diversificate a seconda delle realtà locali. Tra le tante interpretazioni c’è anche quella che, come abbiamo visto a Roma e Torino, i voti della destra convergono sul candidato del Movimento 5 Stelle in caso di ballottaggio contro il Pd. Ma non si può dire le stessa cosa se invertiamo i fattori. Un rischio, soprattutto per la Lega di Salvini, che, appoggiando apertamente i candidati pentastellati e agitando esclusivamente la bandierina dell’antipolitica, rischia di veder crescere il travaso di consensi verso Grillo: questa volta sono stati voti occasionali, in futuro potrebbero diventare stabili.
di Stefano Cagelli per L' Unità.TV


Il Pd, la destra e il M5S: ecco l’analisi politica del voto

Il Pd, la destra e il M5S: ecco
 l’analisi politica del voto
Il voto ci consegna un’Italia arrabbiata, e quando uno è arrabbiato se la prende con chi è più in vista: il governo, Renzi, il PD


Lo schiaffo c’è stato a Roma e Torino, dove c’era il match diretto Pd-M5S, e il Pd deve adesso ragionare su questo voto partendo da un presupposto che non è consolatorio ma analiticamente granitico: non ci sono, e non prendono corpo nemmeno dopo questo voto, alternative credibili al governo Renzi.


In senso stretto, il quadro politico non muta, e non perché il premier lo avesse teorizzato da settimane («non è un voto sul governo») ma perché –va ripetuto –l’alleanza «tutti contro il Pd» non produce u n’alternativa di governo, né nel breve né nel medio periodo. Accade, nelle elezioni di mid-term, che l’opinione pubblica invii un segnale di insoddisfazione al governo in carica: amministrative o Europee sono vissute proprio con questo retropensiero, e hai voglia a dire che si vota solo per il sindaco.


Il voto ci consegna un’Italia arrabbiata, e quando uno è arrabbiato se la prende con chi è più in vista: il governo, Renzi, il Pd. Dunque non sta per cadere il governo, ed è frettoloso dire che al referendum di ottobre il No si avvii in discesa. Quella è un’altra partita ancora. Ma la saldatura M5S-destra se da un lato getta un’ombra sulla presunta verginità dei grillini e segna una riprova della subalternità di una destra senza bussola, dall’altro lato è un mostricciattolo politico che inquieta il Nazareno.


Spezzare questa saldatura tutta “contro” è vitale, non solo per il Pd ma per il ritorno a una normale fisiologia politica. Roma era una missione impossibile, dopo tutto quello che è successo. Ma cosa c’è dietro la vittoria a valanga di Virginia Raggi, una persona fino a tre mesi fa sconosciuta ai più, priva di messaggi di governo ma capace di interpretare lo spirito del tempo, un tempo cattivo, carico di risentimento? Difficile che i romani abbiano creduto alle funivie, ai pannolini e al baratto.


Non sono state simili amenità a spostare il consenso di migliaia e migliaia di cittadini sulla candidata grillina, ma la sua capacità di tradurre in consenso elettorale lo spirito del “vaffa”, condito –attenzione – da una fortissima richiesta di pulizia, trasparenza, onestà che la Raggi (ad onta delle ripetute bugie su incarichi mai denunciati) ha saputo cavalcare.


E se uno sbaglio ha fatto Renzi è stato quello di sottovalutare l’impatto negativo di tante storie, da Verdini alla Campania, di varie polemiche, voci, proteste, cose vere e meno vere, un magma che ha ribollito sotto la pelle del paese ed è fuoriuscito alla prima occasione. Brucia semmai di più Torino. Una città ben governata che però ha improvvisamente ruggito contro la continuità impersonata da un grande sindaco come Piero Fassino, un uomo che dall’oggi al domani si è trovato dinanzi una specie di muro ostile, eretto anche in questo caso dal mostriciattolo M5S-destra, sul quale è saltata un’altra giovane grillina, la Appendino che come la Raggi avrà ora il compito di governare una Torino più nervosa: e non vorremmo essere nei panni di entrambe.


La destra ha giocato sporco, a Torino e a Roma. Vittoria di Pirro, però. A Milano, da sola, ha perduto. Risultato finale: la destra ha perso ovunque. A Milano prevale Beppe Sala: non era scontato, stante il clima generale, e tenuto conto di un avversario forte come Stefano Parisi. È un fatto molto importante che nella città più moderna viene premiato il candidato del centrosinistra, forte anche del clima unitario con tutta la sinistra. Infine, bene Virginio Merola a Bologna contro la leghista Borgonzoni, e scontata la vittoria di de Magistris contro uno spento Lettieri a Napoli.


Il Pd si trova ora in una situazione un po’ paradossale: è il partito-cardine del sistema politico ma anche il più isolato. Nulla si può fare senza il Pd, ma poco può fare il Pd con tutti questi nemici. E attenzione: non parliamo solo dei partiti politici ma di un sistema complesso di ostilità verso il Nazareno e palazzo Chigi. Spegnere i fuochi, dunque, diventa per Renzi uno dei compiti dell’immediato futuro. Svelenire il clima. Invertire qualcosa anche nei comportamenti politici, come già si è cominciato a fare, ad esempio correggendo l’impressione del referendum-plebiscito, incontrando i sindacati.


Aprire senza paura una discussione interna libera e costruttiva, magari anche in forme tali da consentire discussioni serie e non estemporanee in omaggio alla logica dello streaming. Sapendo che il Paese, al dunque, non vuole voltare pagina per inseguire i fantasmi del “vaffa” o una destra indecifrabile, ed è da qui che si deve ricominciare.
di Mario Lavia per L' Unità.TV


Buongiorno !!!

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18 giu 2016

Buona Notte !!!


  1. Buona Notte !!!

Chucho Valdes: Irakere 40 - Estival Jazz Lugano 2015


Buongiorno a tutti !!!

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Caro D’Alema, non c’è il rewind

Caro D’Alema, non c’è il rewind

Comunque non sarà possibile confinare questa stagione in una anomala parentesi


Non so se davvero Massimo D’Alema abbia pronunciato quelle precise parole “luciferine” o no. E non ho nessuna autorità per entrare nel ricorrente dibattito giornalistico sull’uso dei retroscena.


Questo pensiero, però, “buttiamo giù Renzi, chiudiamo questa parentesi, riprendiamo da dove abbiamo lasciato”, rispecchia uno stato d’animo che alberga, più o meno esplicitato, in una parte della sinistra. E questo è esattamente il punto. Io credo, quale che sia il giudizio che ciascuno può dare di Matteo Renzi e della sua leadership, che non si potrà più tornare indietro, che non sarà possibile confinare questa stagione in una anomala parentesi, chiusa la quale una presunta ortodossia riprenda da dove il percorso è stato interrotto.


La sfida di declinare l’idea di sinistra e le modalità stesse dell’azione politica in termini culturalmente nuovi, la cifra di Renzi, ha inciso nel profondo, cogliendo un bisogno non sempre compiutamente espresso ma fortemente diffuso. Cito alla rinfusa ma l’ambizione di istituzioni, a partire dal governo, che si confrontano con i processi di cambiamento in atto, che accettano di esserne sollecitati e perfino contaminati ma sempre riaffermando il ruolo centrale e primario della politica nel governarli; il superamento di ogni tentazione di inseguire il populismo sul suo terreno immaginando di riassorbirlo con una sorta di trattamento omeopatico; il conflitto frontale e quotidiano per far prevalere l’idea che la politica è capacità di riforme e cambiamento ed il populismo difesa interessata dello status quo; la consapevolezza del logoramento di categorie interpretative, logiche, steccati, poteri di veto, riti, posizionamenti ed il rifiuto di considerarli colonne d’Ercole che circoscrivono il raggio d’azione; la spinta a misurarsi in termini innovativi nel cuore del conflitto sociale, cercando una più attuale sintesi di opportunità bisogni merito e diritti; la cura di un rapporto continuo con la pubblica opinione su terreni e con modalità inedite come condizione decisiva per il successo di un progetto politico. Ecco, da tutto questo e altro ancora è nato un nuovo approdo, a sua volta non definitivo ma da cui non si torna, non si potrà più tornare indietro.


Se l’azione di governo di Renzi fosse riconducibile ad astratta propaganda o poco più, come talvolta si tenta di sostenere, probabilmente sarebbe possibile ma non è così.


Per non usare il tema della riforma costituzionale, vero nostro banco di prova, lo dico con un esempio che seguo più direttamente. Abbiamo ereditato un paese che su digitale e connettività era ultimo in Europa. Con la propria rete di telecomunicazioni privatizzata (per scelta del centrosinistra). La linea scelta da Renzi e seguita dal governo è stata quella di rendere prioritario il digitale nelle politiche pubbliche, di investire più risorse di chiunque prima, di realizzare un accordo statoregioni su un progetto paese, di garantire con una avanzata rete pubblica le migliaia di comuni giudicati non interessanti dal mercato, di rifiutare la logica di un paese a due velocità dove il mercato decide chi ha sviluppo ed opportunità e chi no.


Ed esempi dello stesso segno potrei farli per molti altri temi.


Tutto questo ha creato un rapporto nuovo, con un popolo più ampio, di diversa provenienza culturale. Che guarda, misura, giudica, tifa, chiede, critica. Ma che ha voglia di buttarsi in questa sfida, di “essere costretto” ad ammettere che c’è una politica a cui si può credere, che prova a cambiare davvero le cose, che ha il coraggio di definirsi anche come ricerca e non sempre come verità assoluta e dogmatica, che assume il rischio di decidere.


Per me, che non credo affatto alla caduta di ogni distinzione tra destra e sinistra, significa declinare il senso e la funzione della sinistra che testimonia la propria vocazione riformatrice accettando di ridefinirsi continuamente proprio per non perdere la propria più profonda identità. Ed affermare secondo questa visione il ruolo delle istituzioni nel garantire opportunità e trasformare i bisogni in diritti.


Tutto bene quindi? No, è una sfida difficile e non scontata quella tra politica e populismo. E, aggiungo, non sostengo affatto che Matteo Renzi, la nostra azione politica e di governo siano esenti da limiti o errori.


Dico solo che il terreno di confronto interno al Pd è questo, se il Pd vuole cercare di identificare il proprio progetto con le esigenze del paese e nessuna nostalgia di una presunta ortodossia culturale a cui tornare potrà cambiare le cose. Aggiungo: per fortuna.


Non credo di essere il solo a pensarlo: non mi sfuggono certo le posizioni ed il lavoro di quanti, nella sinistra interna, muovendo da posizioni critiche o anche marcatamente diverse, coltivano legittimamente l’ambizione di batterci e di superare Matteo Renzi. Ma su questo terreno. Non certo considerando questa stagione una anomala parentesi.


Per usare i versi di un artista come Jovanotti “non si può tornare indietro. Nemmeno di un minuto. È la regola di questo gioco”.


di Antonello Giacomelli Sottosegretario ministero Sviluppo economico