15 mag 2016

Un voto come quello del 1946, ma tra due Repubbliche

Un voto come quello del 1946,
 ma tra due Repubbliche
Il referendum costituzionale avrà, per la storia del nostro Paese, una portata simile a quella che ebbe il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 tra Monarchia e Repubblica
Non si esagera se si sostiene che il referendum costituzionale dell’autunno 2016 avrà – per la storia del nostro Paese – una portata simile a quella che ebbe il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 tra Monarchia e Repubblica.


Allora gli italiani scelsero di uscire da uno schema politico-culturale che vedeva nella tranquilla linea ereditaria dei Savoia da un lato il costante perseverare dei valori nazionali, dall’altro la sottrazione della scelta dell’arbitro del sistema (questo è il ruolo del Capo dello Stato) al principio democratico: non c’è nulla di meno democratico che la successione in via famigliare d’altronde.


Gli italiani lo fecero con poco scarto (finì 12 milioni di voti alla Repubblica e 10 alla Monarchia) ma comunque decisero convinti che non si potesse sottrarre una parte della vita istituzionale italiana alla legittimazione, pur indiretta, del popolo sovrano. Si scelse, semplificando, una linea che portasse il principio democratico fino al “colle più alto”, certo in via non diretta, ma comunque si ritenne di preferire un Paese nel quale anche il Capo dello Stato fosse frutto di procedure democratiche.


La decisione fu straordinaria nella sua portata istituzionale nella misura in cui un popolo che non era riuscito a sbarrare la strada al fascismo – al quale anzi aveva offerto ampi spazi di legittimazione – si riabilitò nella sua interezza accettando la sfida di dimostrare la capacità di scegliere – attraverso il Parlamento – non solo il Governo ma anche il Presidente della Repubblica.


Certo, il popolo si sentiva motivato perché voleva riscattare il ventennio fascista che aveva sotterrato il principio democratico ma anche perché poteva contare su un solido sistema di partiti ossia di associazioni che avevano già dato prova di organizzazione, strutturazione e consenso nella lotta di liberazione, e costituivano veri e propri soggetti politici collettivi: partecipati e diffusi su tutto il territorio, organizzati democraticamente e in grado di raccogliere risorse.


Con la riforma costituzionale il popolo italiano può fare un passo in avanti nella scala della democrazia muovendo il piede proprio dal gradino dove l’ha posizionato il referendum del 1946. Perché? Semplicemente perché si rafforza ancora di più il principio democratico nella misura in cui il voto degli italiani permetterà di costruire una maggioranza stabile ed omogenea in Parlamento e quindi a sostegno del Governo, considerato il più ridotto ruolo dei partiti oggi rispetto ad allora (e la diminuzione del voto ideologico) e il funzionamento del nuovo sistema elettorale.


Questa volta, infatti, a Costituzione riformata il principio democratico avrà come leva principale non più i partiti, che oggi sono chiamati a svolgere un ruolo meno invasivo di prima, ma gli stessi elettori che legittimeranno e delegittimeranno i governi nazionali attraverso il voto alla lista per la Camera dei Deputati, come hanno ormai imparato a fare addirittura direttamente con i Sindaci e i Presidenti di Regione. Un quadro politico semplificato che punta ad una democrazia decidente, capace di fare nell’arco del mandato conferito dal popolo e allo stesso tempo in grado di cambiare chi non è ritenuto all’altezza votando casomai in futuro per le minoranze.


Con la riforma costituzionale lo scettro, per molti anni in mano ai partiti, torna davvero ai cittadini allargando lo spettro di azione del principio democratico. Chi, dunque, sostiene che la riforma costituzionale lederebbe la democrazia o non ha letto la riforma o pensa che le forme di democrazia dove è riconosciuto un ruolo decisivo del voto dei cittadini siano meno democratiche degli accordi tra partiti e pseudo-partiti che cambiavano, ogni pochi mesi, i Governi nell’Italia della Prima Repubblica. Una Prima Repubblica che finirebbe proprio con il referendum costituzionale insieme a quella che giustamente Stefano Ceccanti ci ricorda essere una lunga transizione.


Certo, la scheda elettorale del referendum del 2016 sarà caratterizzata da un Sì e un No, mentre quella del 1946 conteneva il nome e il simbolo della Monarchia e della Repubblica. Ma dietro a quel Sì è come se fosse scritto “Seconda Repubblica” e dietro quel No “Prima Repubblica”. 70 anni dopo, la scelta referendaria torna a dirimere i destini delle istituzioni italiane.
di Alessandro Sterpa per L' Unità.TV


Buon Giorno a Tutti !!!


14 mag 2016

Rolf Kühn Quintett ‎– Solarius (FULL ALBUM, jazz, DDR, 1965)


Papa: in troppi sono attaccati a cani e gatti ma ignoriamo sofferenze fratelli...( Una risposta dovuta )

Papa: in troppi sono attaccati a cani e
 gatti ma ignoriamo sofferenze fratelli
«Quante volte vediamo gente tanto attaccata ai gatti e ai cani, e poi lasciano senza aiuto la fame del vicino e della vicina, no no, d'accordo eh?». Lo ha rimarcato il Papa nella udienza giubilare in piazza San Pietro, nella quale ha invitato a «stare attenti a non identificare la pietà con quel pietismo piuttosto diffuso - ha detto - che è solo una emozione superficiale che offende l' altro. La pietà - ha aggiunto - non va confusa con la compassione per gli animali che vivono con noi, accade infatti che a volte si provi verso animali e si rimanga indifferenti di fronte alle sofferenze dei fratelli». La pietà, ha spiegato papa Francesco, «è uno dei sette doni dello Spirito santo che il Signore offre ai discepoli per renderli docili alle ispirazioni divine».
Da IL Messaggero.it

Caro Francesco
Potresti aver ragione sicuramente , ma mi chiedo questo tuo continuo giudicare lo stile e modi di vita di tutti noi  ( di solito condannandoci) ma non vedo non leggo la condanna allo stile di vita e di comportamento dei tuoi dipendenti , forse pensavi di cavartela con qualche accusa superficiale che non portava a nessun provedimento e cosi  gli infami pedofili appartenenti al clero ( solo per esempio) non mi risulta che siano stati castigati come meritano e continuano a imperversare tra i nostri figli e nipoti.
Ma la mia domanda è un ' altra  : Chiedevo ma il Vaticano oltre ad accumulare ricchezze in tutto il mondo sfruttare il volontariato meraviglioso sempre pronto ad aiutare chiunque lo chieda voi altre la critica cosa fate ? Scusami Francesco so che sei tra i migliori papi avuti in questi ultimi tempi ma ti prego non esagerare con le critiche al nostro stile di vita e pensa seriamente a distribuire le ricchezze di proprietà del Vaticano ai poveri e ai miserabili che sono in vertiginoso aumento....Tanto ti dovevo con cordialità ti saluto Dino Monti


La matita di Staino & Scintilla


I grillini garantisti quando gli indagati sono i loro

I grillini garantisti quando gli 
indagati sono i loro
Luigi Di Maio ha affermato “Noi non siamo il Pd”, Vero perché il Pd al contrario del MoVimento 5 Stelle conosce il valore della democrazia
Di Maio oggi spiega che la differenza tra Nogarin e Pizzarotti è che il sindaco di Parma ha nascosto l’avviso di garanzia. E per questo viene sospeso. Pizzarotti la racconta diversamente, ma prendiamo per buona la versione di Di Maio.


Ieri il grillino sindaco di Pomezia ha ammesso candidamente di aver nascosto per mesi di aver ricevuto anche lui un avviso di garanzia (poi archiviato). Dunque immagino che Di Maio, responsabile enti locali del M5S, ora provvederà a sospendere pure lui. A meno che il sindaco di Pomezia non avesse informato il direttorio. E allora la mancanza di trasparenza è loro, come a Quarto. Nel qual caso immagino Di Maio e compagni riceveranno presto una mail anonima che li sospende.


Questo accadrebbe se davvero i grillini seguissero le regole. Ma siccome così non è, non accadrà nulla. Hanno cacciato Pizzarotti perché aveva un briciolo di autonomia. Sono diventati garantisti quando gli avvisi di garanzia sono toccati a loro. Sono diventati pro privilegi quando avrebbero dovuto rinunciare all’immunità per rispondere delle sciocchezze che dicono.


Noi non siamo Il Pd, ha detto Di Maio oggi. Direi proprio di no, caro mio. Noi siamo un partito che conosce bene il valore e anche la fatica della democrazia. Voi non avete idea di cosa sia.


(Preso dalla pagina Facebook di Matteo Orfini)


1 mag 2016

“Tutti in galera”. Il mondo fantastico di Travaglio e dei novelli ayatollah

Tutti in galera”. Il mondo fantastico di
 Travaglio e dei novelli ayatollah
Da giorni il direttore del Fatto scrive editoriali martellanti e sempre uguali, la cui tesi di fondo è che il Pd è la più grande organizzazione criminale del Paese. Non svegliamolo, potrebbe cadere in profonda depressione
Il ritorno di Piercamillo Davigo sulla scena – in realtà sarà presidente dell’Anm per un solo anno, dopo un’estenuante trattativa con le altre correnti della magistratura conclusasi con un compromesso – ha ringalluzzito e ringiovanito Marco Travaglio, il penultimo giapponese (l’ultimo è per l’appunto Davigo) della Grande Guerra di Mani Pulite.


Intercettazioni a strascico, gogna mediatica, uso della carcerazione preventiva per estorcere confessioni e chiamate di correo, giudizi consumati sui giornali, avvisi di garanzia più pesanti di una condanna in Cassazione: è questo il clima che il direttore del Fatto spera di ritrovare. E se non lo ritrova – non soltanto perché l’Italia è cambiata, ma anche e soprattutto per la buona e inoppugnabile ragione che la magistratura è composta in massima parte di persone serie – se lo può sempre inventare.


Così, da giorni Travaglio scrive editoriali martellanti e sempre uguali, la cui tesi di fondo è semplice – il Pd è la più grande organizzazione criminale del Paese – e la conclusione esemplare: tutti in galera.


E se qualcuno non è d’accordo? Sentite che cosa ha scritto oggi il solerte direttore del Fatto: “Mentre alcuni geniali capicorrente dell’Associazione magistrati spaccavano il capello in quattro per trovare qualcosa che non va nelle dichiarazioni del neopresidente Piercamillo Davigo e mettergli la museruola…”.


Sì, avete letto bene: i magistrati che si permettono di distinguersi dalle discutibilissime generalizzazioni di Davigo (“I politici non hanno smesso di rubare, ma solo di vergognarsi”) sono “capicorrente” – e Davigo invece? – impegnati a “mettere la museruola” all’eroe senza macchia e senza paura.


Lasciamo Travaglio in questo suo mondo fantastico, dove il popolo agita le manette e i Pm, novelli ayatollah, s’insediano alla guida suprema della nazione, perché siamo buoni e non vorremmo mai che, esposto alla realtà, Travaglio cadesse in profonda depressione. Proprio come la tenera mamma di “Good bye, Lenin!”.
di Fabrizio Rondolino per L' Unità.TV