Repubblica e il mondo che vogliamo raccontare
Editoriale
di
MARIO CALABRESI
DUE
giorni fa avete avuto la fortuna di tornare giovani, di fare un salto
indietro nel tempo prendendo in mano la prima copia di Repubblica.
Io non l'avevo mai sfogliata perché, come tanti lettori, ero ancora
troppo piccolo per frequentare le edicole, ma in quelle pagine ho
trovato tutto quello di cui ha bisogno il giornalismo oggi: capacità
di scegliere, una scrittura chiara e sintetica e un dialogo diretto
con il lettore. È questa la lezione di Eugenio Scalfari per me più
preziosa per rispondere alle sfide di un mondo estremamente complesso
e difficile da spiegare. Viviamo in un continente in crisi
profondissima: la rabbia, il disincanto, un fastidio quasi insanabile
verso ogni cosa pubblica hanno preso il sopravvento, vediamo dilagare
il populismo e se proviamo ad alzare lo sguardo fuori dai nostri
confini assistiamo ai tormenti che lacerano società che ci parevano
più solide come la Germania, la Francia o la Spagna.
Non
abbiamo ancora risolto la crisi economica, che è oggi mancanza di
prospettive e di lavoro, ma nuove emergenze si sono già aggiunte a
partire dalla sfida terroristica che ci siamo trovati in casa.
La
reazione più sconcertante è la "grande banalizzazione" in
cui viviamo, per usare un termine coniato ieri nel suo editoriale di
saluto da Ezio Mauro, quel fenomeno che semplifica tutto e spinge
ognuno di noi, perfino le teste più accorte e preparate, a essere
attratti dalle tesi più congeniali e comode anche se spesso
risultano verosimili ma non vere. Il frutto avvelenato di un'epoca di
divisioni, di cinismo e di impazienza è aver perso il gusto per le
sfumature, aver smarrito la curiosità di scoprire somiglianze oltre
che differenze.
Un
manicheismo dilagante si è impossessato del nostro mondo che sembra
attratto fatalmente dall'idea che esistano solo bianco o nero.
L'alternativa però non sono i molti toni di grigio bensì i colori.
I mille colori che danno sapore alle nostre vite. Ognuno di noi deve
recuperarli e tenerli di fronte agli occhi ogni giorno, antidoto al
veleno dell'apatia e viatico per la speranza. È qui che il
giornalismo può fare la differenza e ritrovare una missione ma
perché ciò accada deve essere capace di pazienza e fatica,
strumenti necessari e indispensabili per leggere la complessità.
Un
giornale come Repubblica deve
avere ogni giorno l'ambizione di camminare accanto al suo lettore per
aiutarlo a distinguere i segnali più importanti nel rumore di fondo
in cui viviamo immersi e di offrire contesti che permettano di
leggere con chiarezza gli eventi quotidiani. Nel caos informativo di
oggi come nell'Italia sbandante di quel primo giornale di
quarant'anni fa non abbiamo bisogno di aggiungere (emozioni, toni
apocalittici, indignazione gratuita) ma di selezionare, di offrire a
voi lettori ciò che è portatore di senso e stimola la vostra
intelligenza e non la vostra pancia, perché alla fine, come diceva
Montaigne, "è meglio una testa ben fatta di una testa ben
piena".
Così
se dobbiamo indignarci per i dipendenti pubblici assenteisti,
infedeli o corrotti abbiamo anche il dovere di sapere che accanto a
loro ci sono migliaia di persone che tengono in piedi le Istituzioni
con passione e onestà. Dobbiamo sapere che è pieno di sindaci che
si alzano all'alba e provano a cambiare le cose e la sera a casa
immaginano un futuro per il loro Comune. Parliamo della scuola allo
sfascio ma non rendiamo sufficiente onore alla maggioranza degli
insegnanti che in questi anni ha trovato il modo di tenere in vita
l'istruzione italiana, con creatività, talento e coraggio.
Per
non cadere nella disperazione abbiamo bisogno di denuncia ma anche di
soluzioni, di alternative che permettano di sperare e di continuare a
vivere. Il grande giornalista americano Walter Lippmann, che negli
Anni Venti analizzò le distorsioni della realtà nella comunicazione
evidenziando il peso degli stereotipi, ci ha regalato la spiegazione
più convincente: "Il modo in cui immaginiamo il mondo determina
quello che la gente farà".
Possiamo
davvero pensare che basti svelare ciò che è sbagliato perché la
nostra società diventi migliore? O forse possiamo sperare nel
cambiamento se accanto alla denuncia proviamo a spiegare anche come
si potrebbe fare diversamente? Un collega che scrive sul New
York Times,
David Bornstein, mi ha regalato un esempio perfetto: "Immaginate
di leggere un'inchiesta su una serie di ospedali che hanno il record
di parti cesarei, dove si evidenzia come ciò accada per motivi che
nulla hanno a che vedere con la salute di mamma e bambino ma siano
determinati dai rimborsi sanitari, dalla programmazione dei turni dei
medici o dal fatto che preferiscono non lavorare il fine settimana.
Alla fine dell'articolo avrete l'amaro in bocca e avrete aggiunto un
tassello a quel senso di frustrazione che da anni cresce in voi.
Immaginate invece che accanto a questo pezzo ce ne sia un altro che
racconta anche gli ospedali che hanno il record di parti naturali,
spiegando che un altro mondo è possibile. Non solo la vostra
reazione sarà diversa ma avremo anche tolto un alibi a chi dice che
non si può fare diversamente". Vi prometto che ci
proveremo.
La
nostra società, senza aspettare la politica e dividendosi più
sull'asse tra conservatorismo e innovazione che su quello
destra-sinistra, ha aggiornato la sua agenda. Sono emersi diritti che
non hanno avuto tutela storica e organizzata: le nuove libertà
civili, le difese delle minoranze, dei bambini e degli anziani e i
diritti dei cittadini consumatori. Su questa frontiera Repubblicadeve
essere presente ogni giorno coltivando l'inclusione, il rispetto
delle differenze, la convivenza, ma con razionalità e una mentalità
illuminista che rifugga dalle derive oscurantiste e
antiscientifiche.
È
necessario rimettere al centro i diritti umani, ci siamo assuefatti
alla loro violazione, al massimo bofonchiamo una piccola protesta
quando in Arabia Saudita un dissidente viene decapitato per avere
espresso posizioni non ortodosse o in Cina un avvocato incarcerato
per pochi tweet di protesta. La conseguenza peggiore della crisi è
di aver fatto trionfare una ragione economica che imbavaglia Stati e
opinioni pubbliche spaventate e fiaccate, anche di fronte all'uso
della tortura, delle lunghe detenzioni e della pena di morte per
colpire la libertà di stampa e di espressione. Ci infiammiamo se
qualcuno se ne esce con una battuta infelice o poco politicamente
corretta ma risultiamo distratti mentre si sgretola quel corpus di
valori che ci definisce.
Ieri
mattina ho ricevuto il testimone da Ezio Mauro, un direttore che è
stato capace di garantire a questo giornale una seconda vita dopo la
stagione del suo fondatore, di dargli solidità e tenuta per
vent'anni e di traghettarlo nel nuovo secolo. Ezio per me è stato
esempio di dedizione, metodo e di passione per le cose fatte bene.
Lasciandomi il suo posto mi ha parlato della solitudine di cui soffre
un direttore nelle sere delle scelte difficili e del valore di una
redazione affiatata e di una comunità di lettori fortissima.
Iniziando questo viaggio ho messo in valigia ciò che penso sia più
necessario a combattere la crisi di fiducia che oggi la società ha
verso l'informazione: capacità di mettersi in discussione, di
correggersi in modo trasparente e di coltivare dubbi, che per me sono
il sale della vita.
da Repubblica.it
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