Perché l’Italia pone la questione delle sanzioni alla Russia
La
questione energetica e le ambiguità della Germania. Venerdì ne
discutono gli ambasciatori degli Stati membri della Ue
Nell’agenda
ufficiale del consiglio dei capi di Stato e di Governo europei non
c’è ufficialmente il rinnovo delle sanzioni economiche che i
28 stanno applicando nei confronti della Russia. Ma del tema si
parlerà comunque nella riunione dei rappresentanti permanenti degli
Stati membri. I provvedimenti si legano come noto alla crisi ucraina
e all’attuazione delle soluzioni politiche con cui, secondo
gli accordi
di Minsk,
dello scorso febbraio, Kiev e i ribelli filorussi dell’est,
sostenuti da Mosca, dovrebbero entro la fine del mese blindare il
quadro della normalizzazione.
Non
si arriverà a tale traguardo. Il decentramento amministrativo, che
dovrebbe consegnare all’est ucraino maggiore autonomia, vive solo
sulla carta. Il ritiro di armi pesanti dal fronte procede e non
procede. Negli ultimi tempi sono ripresi gli scontri. Sembra insomma
che le parti vogliano mantenere la situazione in bilico, traendone
rispettivamente dei vantaggi. In ragione di questo, le sanzioni alla
Russia, che secondo Bruxelles non mitiga a dovere le intemperanze dei
filorussi e risulta essere la principale responsabile della crisi
ucraina, dovrebbero essere rinnovate. Ma non automaticamente, com’è
stato finora. Stavolta c’è
una novità e l’Italia ne è portatrice.
Il governo Renzi, ribadendo comunque che l’impegno sulle sanzioni
non viene meno, ha infatti chiesto ai soci europei una discussione
sul tema.
La
posizione è maturata nei giorni scorsi, spiazzando osservatori,
ambasciatori, giornali. Dopotutto, lo stesso Renzi, durante il G20 di
Antalya, tenutosi un mese fa, s’era accordato con François
Hollande, Angela Merkel e David Cameron affinché le sanzioni fossero
rinnovate senza passare da dibattiti e riflessioni.
Cos’è
quindi che ha portato l’Italia a cambiare parzialmente rotta? Una
prima risposta potrebbe arrivare dai numeri: vedono l’interscambio
con la Russia in drammatica contrazione.
Il sito dell’ufficio di Mosca dell’Ice rivela che dall’agosto
2014 a quello del 2015 è passato da 36 a 19 miliardi. Nell’export,
un comparto trainante come la meccanica ha perso il 28%.
L’agroalimentare, colpito dalle contro-sanzioni russe, perde
quaranta punti percentuali e vede la quota di mercato scendere dal
3,3% al 2,4%.
Ma
questa spiegazione non è sufficiente. L’Italia ci sta rimettendo
da tempo e in Europa non è la sola a soffrire. Anche la Germania sta
bruciando molti affari. Il suo interscambio con la Russia, sempre
tenendo conto dei dati di agosto, gli ultimi diffusi dall’Ice,
registra un chiaro dimagrimento: da 57 a 27 miliardi. Insomma,
sarebbe poco sensato e poco diplomatico sparigliare solo sulla scorta
dei numeri.
Anche
l’Italia, scrive il quotidiano londinese, guarda con estrema
diffidenza, se non con irritazione, alla nuova intesa russo-tedesca,
che instaura una linea
di continuità tra le politiche energetiche di Angela Merkel e quelle
del predecessore Gerhard Schroeder (spinse
molto su Nord Stream e ha un incarico di primo piano nel consorzio).
«L’Italia ritiene che Nord Stream 2 sia contrario allo spirito
delle sanzioni alla Russia», ragionano gli autori dell’articolo,
Peter Spiegel e James Politi. Mentre Bruxelles pensa che il
raddoppio, tenuto conto che Nord Stream lavora al 50%, frenato dai
limiti europei sulla concorrenza, non abbia senso.
La
Germania è invece dell’avviso che l’accordo non debba finire
sotto la lente comunitaria, perché il tracciato si snoda in acque
internazionali. La posizione di Berlino è particolare. È il paese
europeo che ha invocato le sanzioni alla Russia e costruito consenso
intorno a esse, ma anche quello che sigla con Mosca accordi
energetici rilevanti (compartecipati da aziende francesi, olandesi,
britanniche e austriache), rifiutando che vengano inseriti nella
cornice europea. Dal canto suo l’Italia rischia di passare –
almeno su un pezzo della stampa del vecchio continente – come
cavallo di Troia della Russia in Europa, ma parallelamente si allinea
alle riserve espresse dall’Europa centrale e baltica, fermamente
contraria a Nord Stream 2 e nettamente favorevole alle politiche
sanzionatorie verso la Russia, accusata di revanscismo. Il quadro è
sfumato, variabile, non necessariamente precostituito.
A
ogni modo, venerdì, giorno in cui i rappresentanti in Ue degli
Stati membri si pronunceranno sulle sanzioni, non dovrebbero
esserci sorprese. Fino a prova contraria, l’efficacia di
queste misure verrà rinnovata per altri sei mesi. Duranti i quali il
gomitolo della diplomazia dovrà essere riavvolto non solo intorno
alle partite su Nord Stream 2 e sulla Siria, ma anche e soprattutto
in merito alla crisi ucraina.
Da
L' Unità.TV di Matteo
Tacconi

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