L’evasione fiscale? Vale il 7,5% del Pil
paolo
baroni per IL Secolo XIX.it
Roma
- Quanto vale (e quanto pesa) l’evasione fiscale sulla nostra
economia? Secondo l’ultimo rapporto del Centro studi di
Confindustria l’evasione fiscale e contributiva in Italia ammonta a
122,2 miliardi di euro nel 2015, pari al 7,5% del Pil. Al fisco
vengono infatti sottratti quasi 40 miliardi di Iva, 23,4 di Irpef,
5,2 di Ires, 3,0 di Irap, 16,3 di altre imposte indirette e 34,4 di
contributi previdenziali.
E
basterebbe dimezzare questa cifra per aumentare del 31% il Pil e per
creare 335mila nuovi posti restituendo ai contribuenti, attraverso
l’abbassamento delle aliquote, le risorse riguadagnate all’erario.
Si tratta, infatti, di cifre considerevoli, nota il Csc.
Per
questo, secondo Confindustria, «la lotta all’evasione è parte
integrante e imprescindibile di un coerente programma di risanamento
(anche morale) e di rinascita strutturale dell’economia italiana. È
essa stessa una riforma in sé. L’evasione fiscale e contributiva,
infatti, blocca lo sviluppo economico e civile perché penalizza
l’equità, distorce la concorrenza, viola il patto sociale,
peggiora il rapporto tra cittadini e Stato e riduce la solidarietà».
Chi
evade di piu’
Secondo
il Centro studi Confindustria i dati Istat rivelano che il sommerso
economico, nel quale alberga l’evasione, è particolarmente elevato
nelle altre attività di servizi (32,9% del valore aggiunto del
settore), nel commercio, trasporti, attività di alloggio e
ristorazione (26,2%), nelle costruzioni (23,4%) e nelle attività
professionali (19,7%). Al contrario, ha una incidenza contenuta nelle
attività finanziarie e assicurative (3,5%) e nella manifattura
(6,0%). Nel confronto europeo per livello di evasione, basato sul tax
gap per l’Iva, l’Italia si attesta al secondo posto dopo la
Grecia, con un gettito evaso pari al 33,6% di quello dovuto, contro
il 16,5% della Spagna, l’11,2% della Germania, l’8,9% della
Francia e il 4,2% dei Paesi Bassi.
Le
cause
L’elevato
livello dell’evasione italiana può essere ricondotto a una serie
di cause. La percezione di inefficienza della Pa nell’erogazione
dei servizi, unitamente alla diffusa convinzione che molti evadano e
l’elevata illegalità economica (corruzione), che sono molto
rilevanti nello spiegare il comportamento così deviante dei
contribuenti. Ancora, l’inadeguatezza dell’amministrazione
fiscale nell’effettuare i controlli, mirati a fare cassa e non alla
deterrenza, tanto che il 99% dei contribuenti rischiano di subire un
controllo ogni 33-50 anni. Altri paesi con livelli di evasione molto
più bassi e condizioni di contesto più favorevoli si sono dotati di
strumenti più efficaci, come emerge dall’analisi Ocse. Inoltre, le
elevate aliquote fiscali e l’onerosità degli adempimenti, che è
massima in termini di numero di pagamenti e di tempo richiesto per
assolvere gli obblighi. In più, l’accentuata frammentazione della
struttura produttiva, tratto caratteristico del sistema economico
italiano, accresce le opportunità di evasione e rende più difficile
il compito di controllo delle agenzie fiscali.
I
rimedi possibili
Per
migliorare la “tax compliance”, secondo Confindustria, occorre
innanzitutto partire da una maggiore cura nel monitoraggio
dell’evasione fiscale, in quanto imprescindibile strumento per
valutare la performance dell’azione di contrasto. Ancora, occorre
che obiettivi e incentivi del personale dell’Agenzia delle entrate
siano ancorati al rispetto dei principi dello statuto del
contribuente, alla facilitazione dell’esecuzione degli adempimenti
fiscali, al contributo alla maggiore competitività delle imprese
italiane, all’attrattività degli investimenti in Italia, alla
prevenzione e al contrasto dell’evasione e dell’elusione e alla
tempestività nell’erogazione dei servizi, compresi i provvedimenti
di rimborsi e sgravio. Occorre incentivare la trasmissione telematica
delle operazioni Iva, sostituendo così l’emissione di
scontrini/ricevute fiscali e la diffusione di strumenti elettronici
di pagamento. Va fatto un uso integrato delle banche dati,
costantemente aggiornate. Soprattutto, è indispensabile realizzare
l’integrazione o l’interoperabilità dell’Anagrafe Tributaria
con le banche dati di altre amministrazioni pubbliche. Poi, il
modello di “cooperative compliance” va esteso rapidamente alla
vasta platea di contribuenti di dimensione medio-piccola. È
necessaria più specializzazione nei controlli fiscali. Vanno
previste, come succede nelle migliori pratiche estere, l’assegnazione
a ciascun grande contribuente di un funzionario che sia di contatto
con l’amministrazione e l’istituzione di nuclei specializzati
nella delicata materia del transfer pricing.
Stime
e crescite riviste
Con
la nuova edizione di Scenari economici il Csc ha anche rivisto al
ribasso le stime di crescita dell’Italia: +0,8% quest’anno, al
+1,4% nel 2016 e +1,3% nel 2017. Tenendo conto che Pil e commercio
mondiali riprendono gradualmente vigore, pur rimanendo frenati (+1,1
+2,5% e +3,0% gli scambi globali nel triennio 2015-17), che il prezzo
del petrolio che si riprende un po’ (a 55$ nel 2017), che il cambio
dell’euro resterà stabile attorno a 1,10 contro il
dollaro e che i tassi di interesse rimarranno inchiodati ai minimi, e
forse anche sotto.

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