Quella Babele di leggi che fa vincere l’azzardo
GABRIELE
MARTINI E RAPHAËL ZANOTTI per LA STAMPA.IT
Il
2 dicembre a Bolzano il Tar ribadisce la legittimità dell’ordinanza
del Comune che vieta le slot machine nei 300 metri dai luoghi
sensibili. Due mesi dopo, è il 10 febbraio, a Bologna il Consiglio
di Stato sconfessa il sindaco: per i giudici non può stabilire una
distanza minima delle macchinette dalle scuole. È così da anni.
Città che vai, regolamento che trovi. E i giudici non sono da meno:
ognun per sé e nessuno per tutti.
Mille
metri o trecento, orari ridotti, ricorsi, contro-sentenze: la selva è
inestricabile. Una babele che si autoalimenta a ogni giro: da una
parte lo Stato, che non ha mai creato un quadro legislativo coerente
che regolamenti il gioco d’azzardo; dall’altra Regioni e Comuni,
che cercano di mettere paletti per arginare le conseguenze sociali
dei microcasinò: drogati di gioco, famiglie rovinate, suicidi.
NORME
FAI DA TE
Il
terreno di scontro sono le aule dei tribunali. Solo negli ultimi due
mesi i giudici amministrativi hanno emesso almeno dodici sentenze. Si
viaggia al ritmo di un pronunciamento ogni cinque giorni. Com’è
possibile? Partiamo dal principio. Quando è esploso il fenomeno
delle slot machine, le prime regole le ha dettate lo Stato. Lo stesso
Stato che, tra licenze e tasse, incassa. E pure parecchio: quasi 8
miliardi di euro nel 2015.
E
così il gioco d’azzardo si è diffuso ovunque. Oggi ci sono
province, come L’Aquila, dove c’è una slot machine ogni 83
abitanti. Le Asl denunciano l’aumento vertiginoso di persone
colpite da ludopatia, il demone del gioco. Regioni e Comuni hanno
iniziato a mettere le loro regole. In ordine sparso.
Ecco
la mappa delle Province con più macchinette per abitanti
Lo Stato centrale, invece, ha gettato la spugna. Nel 2012 il piano Balduzzi aveva previsto distanze minime delle sale da scuole, ospedali e chiese. Ma i decreti attuativi non sono mai arrivati. Il governo ha lasciato decadere anche la legge delega del 2014, che lo incaricava di riordinare il settore (con grande sollievo delle associazioni «no slot», che temevano un colpo di spugna sui vari divieti locali).
Siamo
alle norme fai da te. A volte superano indenni l’esame dei Tar, a
volte vengono bocciate. La tendenza dei giudici è quella di
confermare le ordinanze che impongono limiti agli orari delle sale.
Mentre quelle sulla dislocazione delle slot finiscono per essere
spesso silurate. Proprio com’è successo a Bologna, dove il
Consiglio di Stato ha definito «irragionevole» il divieto di gioco
d’azzardo nei mille metri dai luoghi sensibili perché «mancano
studi che dimostrino che la distanza di un chilometro sia adeguata a
combattere la ludopatia».
AMMINISTRATORI
IN CAMPO
Finora
sono 15 le Regioni italiane che hanno introdotto paletti alle
macchinette «mangiasoldi», più le province autonome di Trento e
Bolzano. A queste leggi si aggiunge una miriade di ordinanze da parte
dei Comuni, «diverse centinaia» secondo le stime del sito
gioconews.it. L’ultimo è stato Verona: slot vietate dalle ore 13
alle 17 e dalle 22 alle 10. «Avevamo ragazzini di 13 anni che
marinavano la scuola per andare nelle sale scommesse», racconta il
comandante della polizia locale, Luigi Altamura. Tra i sindaci c’è
chi chiude le sale gioco al mattino, chi allontana le slot dagli
ospedali e chi offre sgravi fiscali a chi toglie le macchinette dal
proprio bar. Genova, ad esempio, ha inserito tra i luoghi sensibili
anche attrezzature balneari e spiagge. A Napoli non possono essere
aperte sale nel raggio di 200 metri da sportelli bancari, postali o
bancomat. Si tratta di norme che si sono rivelate efficaci per
contrastare l’avvio di nuove sale, mentre gli esercizi già attivi
prima dell’entrata in vigore delle leggi riescono spesso a farla
franca. La manovra economica prevede che ora sia la Conferenza
unificata Stato-Regioni-Enti locali, entro il 30 aprile, a
riorganizzare il sistema dei punti gioco con la finalità di
«difendere salute e ordine». I governatori chiedono norme condivise
senza però cancellare i divieti esistenti.
I
MALATI
Resta
evidente il conflitto d’interesse di uno Stato in versione
biscazziere: con una mano incassa miliardi e con l’altra spende
soldi (comunque molti meno: 50 milioni) per curare i malati. Che la
lotta alla ludopatia non sia prioritaria per il governo lo dimostra
anche la vicenda dell’«Osservatorio per il contrasto alla
diffusione dell’azzardo». Istituito al ministero della Sanità nel
giugno 2015, otto mesi dopo il gruppo di lavoro non si è mai
riunito. Intanto il settore non sente crisi. Secondo le stime
dell’agenzia Agipronews, nel 2015 è finita in azzardo la cifra
monstre di 87,8 miliardi di euro. A farla da padroni sono slot e
videolottery, che insieme sfiorano i 50 miliardi. Al netto dei soldi
restituiti in vincite, la spesa è stata di 17,3 miliardi: come dire
286 euro a testa, neonati compresi.
A
fare le spese di ritardi e incertezze è l’esercito trasversale dei
ludopatici: 12 mila persone in cura. La punta di un iceberg, secondo
i medici. Sono due milioni quelle a rischio. Già, perché la
dipendenza dall’azzardo è ecumenica. C’è l’operaio sbranato
dai debiti, c’è il primario che in pochi mesi dilapida i risparmi
di una vita, c’è il ragazzino nel tunnel dei casinò via
smartphone, c’è la pensionata che brucia la pensione in un
pomeriggio. L’unica costante è che il banco vince. Sempre.


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