Poletti:
«Finalmente il Sud è tornato
competitivo. E l'occupazione crescerà
anche nel 2016»
La
frenata di dicembre della produzione industriale e il rischio che le
stime dell'Istat sul Pil dell'ultimo trimestre 2015 siano inferiori
alle previsioni del governo (il dato sarà reso noto domani) non
cancellano l'ottimismo di Giuliano Poletti, ministro del Lavoro e
Welfare. «La volatilità è nell'ordine delle cose. La Germania, ad
esempio, si aspettava, a dicembre, un aumento della produzione
industriale dello 0,4%, mentre deve registrare un -1,2%, dice dalla
sua abitazione emiliana nella quale è costretto a curarsi un
fastidioso malanno che gli impedirà di partecipare oggi a Napoli
all'iniziativa di Cgil-Cisl-Uil sulla sicurezza del lavoro.
Non
bisogna dunque temere che la pur piccola ripresa di questi ultimi
tempi sia già a rischio?
«No.
Non dimentichiamo che siamo usciti da una fase nella quale sono state
soprattutto le esportazioni a mantenere a galla il nostro sistema
economico, visto che i consumi interni erano molto bassi. Oggi c'è
una condizione diversa: la domanda interna è migliorata e dunque se
guardiamo il dato qualitativo non si può che essere ottimisti.
L'effetto del Jobs act, degli 80 euro e delle altre misure messe in
campo dal governo si fa sentire».
Molti
analisti, però, anche non europei parlano di un ritorno della
recessione. E le turbolenze dei mercati borsistici, al di là del
rimbalzo dell'ultima seduta, ne sarebbero in qualche modo il prologo.
«Bisogna
fare molta attenzione di fronte a certi fenomeni. Per restare un
grande player internazionale l'Italia deve continuare sulla strada
delle politiche di lungo periodo. Non si può cambiare direzione ogni
volta che le borse vanno giù o il prezzo del petrolio crolla.
Oltretutto si è capito che non è l'Italia il problema centrale di
questa crisi: c'è più stabilità del passato nel nostro Paese e la
garanzia di un sostegno forte come quello assicurato a tutta l'Ue dal
governatore Bce Draghi ci rassicura».
E
la frenata dell'occupazione? A dicembre, secondo molti analisti, a
rallentare le nuove assunzioni sarebbe stata la fine della
decontribuzione piena assicurata dalla legge di Stabilità 2015. Che
ne pensa?
«Contesto
questa interpretazione. Proprio perché parliamo del mese di dicembre
dovrebbe essere vero il contrario: e cioè sarebbe stato poco saggio
non approfittare dell'ultimo mese in cui lo sgravio era al massimo.
La verità è che l'anno scorso sono stati creati 175mila posti di
lavoro in più e che si sono registrati 250mila disoccupati in meno.
E inoltre sono nati più nuovi contratti a tempo indeterminato che
contratti trasformati da lavoro precario a lavoro stabile. Anche i
numeri relativi al Sud sono migliorati: certo, sono ancora limitati
ma comunque positivi».
Il
fatto è, ministro, che gli sgravi 2015 per i neo assunti sono stati
pagati da fondi destinati al Sud, ma alla fine la stragrande
maggioranza dei nuovi posti di lavoro è nata nel Centro Nord. Non le
pare un paradosso sconcertante?
«C'è
un dato che va considerato: in passato le risorse distribuite agli
sgravi non avevano prodotto risultati positivi. Se questa svolta,
oggi, c'è è perché il governo ha deciso di puntare a politiche
strutturali che abbiano un impatto permanente su tutto il territorio
nazionale. Basta con i piani speciali che costano tanto ma hanno un
inizio e una fine favorendo spesso chi vuole approfittare
dell'occasione e poi sparire».
È
per questo, allora, che non si è voluto destinare anche nel 2016 lo
sgravio pieno per i neo assunti solo al Sud? Non è la disoccupazione
meridionale, specie fra i giovani, l'emergenza più grave?
«Un'emergenza
che dura da otto, dieci e più anni non può più chiamarsi tale.
Voglio dire, senza ovviamente nascondere la gravità del problema,
che la vera esigenza del Mezzogiorno è di dotarsi di strumenti e di
infrastrutture sociali, imprenditoriali e di pubblica amministrazione
capaci di far funzionare le politiche messe in campo dal governo.
Inutile pensare a progetti che restano in piedi un anno e poi, magari
per un cambio di governo, scompaiono. Io credo, al contrario, che il
trend positivo sull'occupazione continuerà anche quest'anno».
Cosa
glielo fa pensare?
«Mi
spiego. Nel 2015 abbiamo avuto il 34% in meno di ore di cassa
integrazione. Se anche quest'anno, come speriamo, continuerà tale
ritmo di riduzione, lo spazio per nuova occupazione sarà comunque
più ampio. Con una crescita stimata nell'1,6%, come il governo ha
indicato, ovviamente ci saranno ancora più nuovi occupati dello
scorso anno».
Trecentomila,
duecentocinquantamila in più?
«Non
mi faccia dare numeri. Ma è ragionevole pensare che potranno essere
superiori a quelli del 2015. Non dimentichi, peraltro, che le
previsioni sulla crescita non nascono a caso. Si sottovaluta, ad
esempio, spesso il numero degli accordi raggiunti per salvare aziende
in crisi come nel caso di Natuzzi che ha accettato di riallocare in
Italia produzioni assegnate ad un Paese dell'Est europeo. O che gli
investimenti stranieri in Italia sono passati da 50 a 75 miliardi. Il
Jobs act ha accresciuto l'attrattiva del nostro Paese. Non a caso
gruppi come Apple, Cisco e General electric ci hanno scelto per
importanti iniziative industriali e di ricerca, nel Sud in
particolare. Credo che sia anche l'effetto del masterplan per il
Mezzogiorno la cornice per quelle ricadute di carattere permanente di
cui ho parlato prima e che sono il presupposto per la crescita negli
anni dei territori».
di
Nando Santonastaso per IL Mattino.it

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