13 gen 2016

Libia, palazzo Chigi valuta raid anti Isis con gli alleati

Libia, palazzo Chigi valuta raid anti Isis con gli alleati

di Alberto Gentili per IL Messaggero.it
ROMA - Clima pesante ieri mattina a palazzo Chigi. Matteo Renzi ha convocato l'ennesimo vertice sulla Libia, ma questa volta è stato davvero scarso lo spazio riservato all'ottimismo. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, i responsabili della Difesa Roberta Pinotti e degli Interni Angelino Alfano, il direttore dei Servizi Giampiero Massolo hanno disegnato al premier un quadro allarmante. La parola più ripetuta: «Caos». Il sospetto ricorrente: essere di nuovo scavalcati da francesi e americani, come nel 2011. L'opzione presa in esame per la prima volta: un intervento militare per combattere le milizie dell'Isis e fermarne l'espansione del Califfato a pochi chilometri dalle nostre coste. Anche senza, ed è questa la novità, la richiesta del ”governo di accordo nazionale” che appare sempre più una scommessa destinata a fallire. Tant'è che i media arabi parlano di «imminente grande attacco occidentale» contro le milizie jihadiste in Libia.

«LIBIA NEL CAOS»
Nel summit sono state analizzate le notizie rimbalzate nelle ultime ore da Tripoli. Soprattutto l'attacco subìto lunedì dal premier designato. Il convoglio di Fayez al-Sarraj, mentre si recava a Zliten per portare le condoglianze del suo governo per gli 81 poliziotti massacrati giovedì scorso da un camion bomba dell'Isis, è stato preso d'assalto da manifestanti armati. L'«intenso fuoco» ha costretto il convoglio di al-Sarraj a ripiegare sul municipio di Zliten. Non solo. Appena si è sparsa la notizia che il premier designato avrebbe potuto rifugiarsi a Tripoli, «brigate armate» si sono appostate alla porta est di Tajoura per impedirne l'accesso. E Tajoura, secondo gli accordi raggiunti a dicembre in Marocco, dovrebbe essere la sede del ”governo di accordo nazionale”. «Un episodio», ha sintetizzato Gentiloni, «che conferma l'assoluta fragilità del quadro di sicurezza in Libia». E dimostra quanto sia difficile la nascita del governo al-Sarraj. Quello che, secondo l'Onu e la comunità internazionale, dovrebbe stabilizzare la Libia e fermare l'avanzata dell'Isis.

Di più. Al balbettio politico - di ieri la notizia del sostegno di al-Sarray al generale Khalifa Haftar (capo dell'esercito di Tobruk), inviso alle fazioni di Tripoli e Misurata che avevano avallato l'intesa per il ”governo di accordo nazionale” - si accompagna l'avanzata delle milizie dell'Isis di stanza a Sirte verso Est e il bombardamento della centrale elettrica di Bengasi. «Segnali», è stato osservato a palazzo Chigi, «che dimostrano quanto sia preoccupante la situazione e necessario un salto di qualità» della reazione occidentale.

Si fa strada l'ipotesi, insomma, di un intervento armato per fermare l'avanzata del Califatto. E si fa strada a prescindere dall'atteso appello del ”governo di accordo nazionale” libico, che forse non vedrà mai la luce. «Nel caso in cui l'Isis continuasse la sua espansione in Libia», dice uno dei partecipanti al vertice, «la comunità internazionale non potrebbe non prendere in considerazione il lancio di una legittima campagna anti-terroristica, anche senza la richiesta dei libici. E questo perché sarebbe in gioco la sicurezza nazionale».

Al momento si tratta soltanto di un'ipotesi, per di più giudicata «estrema»: «La strada maestra resta la missione Onu di stabilizzazione, a guida italiana, su richiesta del futuro governo libico». Ma c'è chi ricorda che l'Onu, dopo le stragi di Parigi, ha autorizzato «qualsiasi tipo di attacco» contro l'Isis. E c'è chi teorizza che l'eventuale iniziativa militare, «preferibilmente con una nuova benedizione delle Nazioni Unite», potrebbe essere assunta, in contatto con Mosca, dal nuovo format ”Quint” varato a margine del G20 di Ankara in novembre, composto da Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia.


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