Il rebus Ilva a un passo dalla soluzione
Stefano
Minnucci per L' Unità.TV
Con
il decreto ‘salva-Ilva’ si prova finalmente a dare una risposta
definitiva: da una parte si affronta il tema dell’ambiente,
dall’altra si interviene sulla struttura aziendale
È
una storia che dal 2012 vede un susseguirsi di sequestri e di
arresti, è in difficoltà da diversi anni e ha coinvolto più di un
governo: quella dell’Ilva è una vicenda complessa, difficile da
gestire. Oggi però, con il decreto del governo appena giunto a
Montecitorio, la questione Ilva si avvia verso una soluzione
definitiva.
Quando
si parla di Ilva si parla ormai di quell’intreccio (sempre più
stringente) tra diritto al lavoro e diritto alla sanità. Si parla
innanzitutto di una realtà gigantesca nel settore della siderurgia,
mastodontica dal punto di vista economico: tutto il gruppo (quando è
a pieno regime) è in grado di fatturare 11 miliardi di euro, quasi
un punto percentuale del Pil italiano. Ma soprattutto, quando di
parla dell’Ilva si parla del Mezzogiorno e di Taranto. Nella
provincia pugliese si trova infatti l’acciaieria più grande
d’Europa (per la città di Taranto rappresenta il 75% del suo Pil),
in grado di dare lavoro a oltre 12mila dipendenti. È uno degli
stabilimenti più estesi al mondo, si sviluppa su circa 15 milioni di
metri quadri di superficie e possiede addirittura 200 chilometri di
linea ferroviaria interna.
Ma
non tutto il bianco è farina, direbbero in Toscana. Quando si parla
di Ilva, infatti, si parla anche di una gigantesca minaccia per
l’ambiente. Quattromila tonnellate di polveri all’anno, 11 mila
tonnellate emesse di diossido di azoto. La mortalità per tumore al
polmone nella zona di Taranto, rispetto alla media nazionale, è
aumentata del 30%.
È
dunque da qui che nascono i problemi per lo stabilimento pugliese,
dalle inadempienze ambientali della gestione dei Riva. I primi
problemi arrivano nel 2012: l’Ilva viene sequestrata per “disastro
ambientale”. Da allora, durante gli ultimi tre anni, si è cercato
di riflettere sul dualismo di quei due principi inviolabili: la
salute prima di tutto da una parte e il lavoro al primo posto
dall’altra. Due affermazioni che accompagnano il governo Monti
prima, passano per il governo Letta e coinvolgono infine il governo
Renzi.
Oggi,
dicevamo, con il decreto dell’attuale esecutivo si prova finalmente
a dare una risposta definitiva: da una parte si affronta il tema
dell’ambiente, mettendo risorse rilevanti (800 milioni), dall’altra
si interviene sulla struttura aziendale, mettendola nelle condizioni
di ritornare sul mercato ed evitare dunque una statalizzazione.
In
gioco c’è il risanamento ambientale del territorio, un rilancio
industriale, la riconversione della più grande acciaieria d’Europa
(fin a oggi alimentata a carbone) verso sistemi di alimentazione più
sostenibili.
E
lo sa molto bene Matteo Renzi che in più occasioni ha ribadito
l’importanza dell’Ilva per il Sud. Anche da quell’industria e
da quel gigantesco indotto per tutto il territorio, secondo il
premier, dovrà passare il rilancio del Mezzogiorno. ovviamente
sempre attraverso la tutela della salute dei lavoratori e della
popolazione.
Non
basteranno dunque gli ostacoli che potrebbero arrivare da Bruxelles,
dove la Commissione Ue ha aperto un’indagine formale nei confronti
dell’Italia per verificare se gli interventi del decreto
‘Salva-Ilva’ si configurino come aiuti di stato (e quindi in
contrasto con le norme europee). Nei giorni scorsi, infatti, il
presidente del Consiglio ha fatto capire che il governo andrà
comunque avanti sul risanamento del colosso dell’acciaio.
Se
però da una parte la politica prova a mettere ordine, dall’altra
(per concludere l’operazione) ci sarà bisogno di un nuovo
compratore. Ecco perché, parallelamente al decreto, è partito anche
il bando per la vendita dell’azienda. Le imprese e le cordate
interessate avranno a disposizione un mese di tempo (fino al 10
febbraio) per farsi avanti e scrivere definitivamente la parola fine
su una vicenda tanto complessa.

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