I vignaioli ringraziano Draghi, l'export vola a 5,4 miliardi
Secondo
Nomisma la crescita delle vendite all'estero è sostenuta soprattutto
dall'indebolimento dell'euro nei confronti del dollaro. A trainare il
settore sono ancora le bollicine, mentre soffre lo "sfuso"
MILANO -
Mario Draghi e la Fed mettono le ali al vino italiano che - nelle
stime di Nomisma - chiuderà il 2015 con una crescita record
dell'esportazioni del 6% pari a un controvalore di 5,4 miliardi di
euro. Insomma i vignaioli nostrani devono ringraziare soprattutto le
mosse di politica monetaria della Bce e della Banca centrale
americana che da un lato hanno indebolito l'euro e dall'altro
rafforzato il dollaro sostendo le vendite all'estero del made in
Italy: in questo modo, infatti, i nostri produttori hanno sono stati
più competitivi sui principali mercati mondiali di
importazione.
Per quanto riguarda invece le quantità, anche in ragione di una minor disponibilità di prodotto (la vendemmia 2014 non è stata tra le più generose degli ultimi tempi), i volumi di vino esportati nel 2015 risultano inferiori a quelli dell'anno precedente, attestandosi poco sopra ai 20 milioni di ettolitri. "La crescita nell'export di quest'anno risulta trainata soprattutto dagli spumanti", afferma in una nota Denis Pantini, responsabile wine monitor di Nomisma, "le cui vendite oltre frontiera aumentano sia sul fronte dei valori che dei volumi per oltre il 10%. Sotto tono invece l'esportazione dei vini fermi imbottigliati - che continuano comunque a rappresentare più del 75% dell'export totale - mentre risulta in netto calo quella dello sfuso".
La riduzione delle vendite all'estero dei vini sfusi non è solo il risultato di una minor disponibilità di prodotto, ma anche di un continuo pressing competitivo portato avanti dalla Spagna che anche nel 2015 ha incrementato l'export di questa tipologia di oltre il 10% in volume ma a fronte di prezzi più bassi di un analogo 10%. Ormai più di un litro su tre di vino sfuso commercializzato nel mondo è di origine spagnola.
Tornando invece al mondo delle bollicine "continua il momento d'oro del prosecco che fa segnare nuovi record d'esportazione nel mercato nordamericano (Usa e Canada), inglese, svizzero e scandinavo (Svezia e Norvegia in particolare), mentre al contrario il 2015 non sarà annoverato tra gli anni migliori per quanto riguarda l'export dell'Asti", sottolinea Pantini.
A livello generale, il grande 'malato' tra i principali mercati di importazione continua ad essere la Russia. Dopo il calo registrato nel 2014 (-6% nei valori), quest'anno la battuta d'arresto è pari a circa un 30%, un crollo che ha interessato in maniera analoga anche i nostri vini. Il permanere del prezzo del petrolio e del gas ai minimi storici (principali fonti di ricchezza del paese, le cui esportazioni pesano per quasi il 20% del Pil) non lasciano ben sperare per una ripresa a breve degli acquisti di vino dall'estero in questo mercato. All'opposto, il 2015 ha visto il recupero del mercato cinese. Pur a fronte di un rallentamento economico, le importazioni di vino in questo paese vengono stimate per quest'anno attorno a 1,8 miliardi di euro, sottendendo una crescita superiore al 50% e facendo così della Cina il quarto mercato mondiale per valore dell'import di vino, dopo Stati Uniti, Regno Unito e Germania (nel 2014 occupava il sesto posto, dopo anche Canada e Giappone).
Per quanto riguarda invece le quantità, anche in ragione di una minor disponibilità di prodotto (la vendemmia 2014 non è stata tra le più generose degli ultimi tempi), i volumi di vino esportati nel 2015 risultano inferiori a quelli dell'anno precedente, attestandosi poco sopra ai 20 milioni di ettolitri. "La crescita nell'export di quest'anno risulta trainata soprattutto dagli spumanti", afferma in una nota Denis Pantini, responsabile wine monitor di Nomisma, "le cui vendite oltre frontiera aumentano sia sul fronte dei valori che dei volumi per oltre il 10%. Sotto tono invece l'esportazione dei vini fermi imbottigliati - che continuano comunque a rappresentare più del 75% dell'export totale - mentre risulta in netto calo quella dello sfuso".
La riduzione delle vendite all'estero dei vini sfusi non è solo il risultato di una minor disponibilità di prodotto, ma anche di un continuo pressing competitivo portato avanti dalla Spagna che anche nel 2015 ha incrementato l'export di questa tipologia di oltre il 10% in volume ma a fronte di prezzi più bassi di un analogo 10%. Ormai più di un litro su tre di vino sfuso commercializzato nel mondo è di origine spagnola.
Tornando invece al mondo delle bollicine "continua il momento d'oro del prosecco che fa segnare nuovi record d'esportazione nel mercato nordamericano (Usa e Canada), inglese, svizzero e scandinavo (Svezia e Norvegia in particolare), mentre al contrario il 2015 non sarà annoverato tra gli anni migliori per quanto riguarda l'export dell'Asti", sottolinea Pantini.
A livello generale, il grande 'malato' tra i principali mercati di importazione continua ad essere la Russia. Dopo il calo registrato nel 2014 (-6% nei valori), quest'anno la battuta d'arresto è pari a circa un 30%, un crollo che ha interessato in maniera analoga anche i nostri vini. Il permanere del prezzo del petrolio e del gas ai minimi storici (principali fonti di ricchezza del paese, le cui esportazioni pesano per quasi il 20% del Pil) non lasciano ben sperare per una ripresa a breve degli acquisti di vino dall'estero in questo mercato. All'opposto, il 2015 ha visto il recupero del mercato cinese. Pur a fronte di un rallentamento economico, le importazioni di vino in questo paese vengono stimate per quest'anno attorno a 1,8 miliardi di euro, sottendendo una crescita superiore al 50% e facendo così della Cina il quarto mercato mondiale per valore dell'import di vino, dopo Stati Uniti, Regno Unito e Germania (nel 2014 occupava il sesto posto, dopo anche Canada e Giappone).
L'Italia
però non sembra sfruttare appieno l'onda lunga di questo recupero:
il nostro export aumenta "solamente" di circa il 15%,
contro percentuali comprese tra il 60% e il 120% messe a segno dai
vini dei diretti competitor (Francia, Cile e Australia).
Da
Repubblica.it

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