ISIS
Terrorismo, da dove
vengono i soldi del
Califfo
Petrolio, soprattutto. E poi tasse, riscosse in modo inflessibile. E razzie, sulle proprietà di chi è fuggito o dei rivali imprigionati
IL
califfato è ricco. Ma non troppo. Le stime che ipotizzano entrate
annue oscillanti tra uno e due miliardi di dollari vengono
ridimensionate da molti esperti, che ritengono più corretto parlare
di importi limitati a qualche centinaio di milioni di dollari. E sono
pochi a credere che questo sia frutto delle donazioni di magnati
fondamentalisti, del Qatar o di altri emirati. Lo Stato islamico
infatti ha dimostrato di sapersi autofinanziare. C’è un documento
eccezionale per comprenderlo: il bilancio della provincia creata
nella Siria orientale, diffuso dal sito di Aymenn Jawad Al-Tamini.
Si
tratta del budget relativo al gennaio scorso.
I proventi vengono per il 27 per cento dalla vendita di petrolio. Un altro 4 per cento lo incassano dalle bollette elettriche: garantire la luce in città devastate dalla guerra civile è stata una prova di efficienza dell’Is. Poi c’è un 23 per cento dalle tasse, riscosse in modo inflessibile. Ma i proventi più cospicui vengono dalla voce “confische”:
oltre il 44 per cento. Di cosa si tratta? Proprietà di chi è fuggito e dei rivali imprigionati o uccisi; greggi e mandrie sequestrate ai contrabbandieri; sigarette, alcolici e altri prodotti occidentali requisiti per la legge coranica. Insomma, il profitto
del Terrore.
I proventi vengono per il 27 per cento dalla vendita di petrolio. Un altro 4 per cento lo incassano dalle bollette elettriche: garantire la luce in città devastate dalla guerra civile è stata una prova di efficienza dell’Is. Poi c’è un 23 per cento dalle tasse, riscosse in modo inflessibile. Ma i proventi più cospicui vengono dalla voce “confische”:
oltre il 44 per cento. Di cosa si tratta? Proprietà di chi è fuggito e dei rivali imprigionati o uccisi; greggi e mandrie sequestrate ai contrabbandieri; sigarette, alcolici e altri prodotti occidentali requisiti per la legge coranica. Insomma, il profitto
del Terrore.
Lo
Stato islamico rende disponibile sul web il nuovo numero della
rivista Dabiq. Affidando all'ostaggio John Cantlie, il giornalista
britannico catturato nel 2012, un messaggio provocatorio: «Se le
nazioni occidentali vogliono una tregua, ci pensino tre volte prima
di buttare all'aria questa opportunità»
Le
spese invece sostengono soprattutto lo sforzo militare. Il 43 per
cento va nelle paghe dei miliziani e un altro 20 per mantenere le
basi, inclusa la manutenzione di armi e veicoli. Un decimo
sovvenziona la polizia islamica, voce che comprende i tribunali che
amministrano la giustizia civile e dirimono le controversie
commerciali.
Il 17,7 per cento sostiene i servizi pubblici: riparazione delle strade, raccolta rifiuti, assistenza medica,
rete idrica.
Il 17,7 per cento sostiene i servizi pubblici: riparazione delle strade, raccolta rifiuti, assistenza medica,
rete idrica.
Poco
meno del sei viene destinato agli aiuti: elargizioni per
la popolazione oppure contributi per rilanciare l'agricoltura. Infine il tre per cento finanzia l'apparato mediatico
di propaganda. Queste informazioni dimostrano però la capacità del califfato nell'amministrare il territorio, tra paura e consenso. E la scarsa incisività dei raid occidentali, che non hanno scalfito il business petrolifero. Solo nelle ultime settimane infatti i bombardamenti hanno preso di mira pozzi e installazioni che forniscono l'oro nero dell'Is.
la popolazione oppure contributi per rilanciare l'agricoltura. Infine il tre per cento finanzia l'apparato mediatico
di propaganda. Queste informazioni dimostrano però la capacità del califfato nell'amministrare il territorio, tra paura e consenso. E la scarsa incisività dei raid occidentali, che non hanno scalfito il business petrolifero. Solo nelle ultime settimane infatti i bombardamenti hanno preso di mira pozzi e installazioni che forniscono l'oro nero dell'Is.
Da
http://espresso.repubblica.it

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